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lunedì 12 gennaio 2015

Recensione: The Giver - il donatore

(The Giver)
di Lois Lowry

Serie: The Giver Quartet, #1
Formato: Hardcover, 249 pagine
Editore: Giunti, 2010
Genere: Romanzo, Fantascienza/Distopico
Lettura n.: 02/2015
Preso da: Biblioteca
Inizio lettura: 10 gennaio 2015
Fine lettura: 10 gennaio 2015
Ambientazione: La Comunità
Pubblicato: 1993
Links: aNobii, Goodreads
Voto: 8.5/10
Era quasi dicembre e Jonas aveva paura. No, si corresse tra sé, non era quello il termine esatto. Paura indicava l’angosciosa sensazione che stesse per accadere qualcosa di terribile. Paura era l’emozione provata un anno prima, quando, per ben due volte, un aereo non identificato aveva sorvolato la Comunità. Una rapida occhiata al cielo e Jonas aveva visto sfrecciare un aereo elegante, quasi una sagoma indistinta data l’alta velocità, seguita un istante dopo da un boato; poi di nuovo, in un attimo, dalla direzione opposta, ecco ripassare lo stesso aereo.
Lì per lì ne era rimasto affascinato. Non aveva mai visto un aereo da vicino, perché andava contro le regole dei Piloti sorvolare la Comunità. Di tanto in tanto, quando gli aerei da trasporto merci scaricavano le provviste sul campo d’atterraggio di là dal fiume, i bambini andavano in bici fin sulla riva e restavano a fissarli incuriositi, finché quelli non decollavano in direzione ovest, allontanandosi dalla Comunità.
Ma l’aereo di un anno prima, quello sì che l’aveva colpito: non un panciuto aereo da carico, ma uno snello, aguzzo velivolo monoposto. Guardandosi attorno in preda all’ansia, Jonas aveva visto adulti e bambini interrompere le loro occupazioni e aspettare confusi una spiegazione che chiarisse l’origine di quell’evento tanto inquietante.
incipit
Commento
Innanzitutto, vogliamo parlare di quanto è bella la copertina di questo libro? Ogni volta che lo prendevo in mano, ogni volta che lo appoggiavo e anche ogni tanto durante la lettura lo chiudevo e mi mettevo ad osservarla. E' una cosa che mi capita di fare spesso quando mi trovo davanti ad immagini particolarmente evocative o centrate con la storia: mi piace guardarle e fantasticare su quello che sto leggendo.

"The Giver" è la storia di Jonas, un ragazzo di undici anni che vive in una società apparentemente perfetta: non esistono malattie, non esiste dolore, non esiste morte, non esiste sofferenza. La vita di ogni individuo è ben definita da tappe fondamentali che sono uguali per tutti: la nascita, l'assegnazione ad un nucleo familiare, la crescita scandita dai passaggi di età, durante ciascuno dei quali si acquisiscono diritti e doveri ben precisi fino al compimento dei Dodici anni quando, con l'assegnazione di una carriera, si entra nell'età adulta dove gli anni non sono più contati. E' proprio in occasione della Cerimonia dei Dodici che la vita di Jonas cambia completamente.

Il mondo di Jonas è un mondo senza differenze, senza possibilità di fare scelte, in cui ogni individuo è abituato fin dalla nascita ad uniformarsi al modello sociale imposto dalle leggi della Comunità, che sono estremamente rigide. E' di certo un mondo sicuro, in cui non esistono l'invidia, la crudeltà, la vanità, la brama di potere, l'egoismo e tutte quelle caratteristiche tipiche dell'uomo che hanno la facoltà di trascinarlo verso un abisso di sofferenza, se non per sé, sicuramente per ciò che lo circonda. Allo stesso tempo però è un mondo privo di emozioni, in cui le Pulsioni vengono annullate chimicamente tramite una pillola che le persone ingoiano tutti i giorni per tutta la loro vita ed è, come scoprirà ben presto Jonas, privo di colori.

L'atmosfera che si respira leggendo il romanzo, specialmente le parti ambientate nella Comunità e che ne descrivono le consuetudini e le regole, è molto angosciante: si percepisce la monodimensionalità di questo modo di vivere rigido, schematico. Il motivo dell'ansia risiede principalmente nel fatto che questa "disciplina" non viene portata nella Comunità con la forza ma sono gli stessi abitanti a mantenerla così. In una comunità del genere non esiste ribellione perché da quando si nasce ciascuno viene plasmato dalla società e portato ad uniformarvisi: è solo la scoperta di cosa c'era prima (o cosa c'è fuori, questo non si è ancora capito bene) che porta Jonas a domandarsi se la sicurezza e l'assenza di sofferenza valgono la rinuncia ad ogni emozione.

Lo stile dell'autrice è semplice e lineare: si percepisce che è un libro pensato per i ragazzini (penso che l'età di lettura consigliata sia tra i 10 e i 13 anni) ma questo non lo fa cadere nella banalità, anzi! Ci sono scene molto forti dal punto di vista emotivo e comunque è un romanzo che tira in ballo argomenti come l'eutanasia e l'infanticidio che vengono affrontati in modo esplicito.

Questo romanzo è il primo di una quadrilogia (che senza dubbio andrò avanti a leggere, spero prima di dimenticarmi completamente la storia) e quest'inverno è uscita la trasposizione cinematografica che io ho visto e che, a lettura avvenuta, posso confermare essere davvero ben fatta; certo, nel film hanno dovuto per forza di cose inserire alcune modifiche che permettessero delle sequenze di maggior azione rispetto a quelle del romanzo, però non disturbano l'atmosfera generale che è davvero molto fedele a quella realizzata dalla Lowry.
All'improvviso un pensiero nuovo, spaventoso, lo folgorò. E se gli altri - gli adulti - avessero, una volta diventati Dodici, ricevuto nelle loro istruzioni lo stesso terribile ordine? E se tutti avessero avuto quell'istruzione: Puoi mentire.
Ora, autorizzato a fare le domande più inopportune e a pretendere delle risposte, avrebbe potuto chiedere a chiunque, a un adulto o a suo padre, per esempio "Dici bugie?".
Ma non avrebbe mai avuto modo di sapere se la risposta ottenuta fosse sincera.
Lois Lowry
Tanto e tanto e tanto tempo fa, gli uomini fecero una scelta: scelsero di passare all'uniformità. Rinunciarono ai colori, così come al sole e alla neve e a tutte le altre differenze. Abbiamo acquisito il controllo di molte cose, ma ne abbiamo perse altrettante.
Il Donatore
Sfide: Gioco dell'OSA, Mini Recensioni, GRI Reading Challenge, Sfida dei Buoni Propositi, Sfida della trasposizione, Sfida extralarge, Sfida infinita, Sfida tutti diversi, La listona

venerdì 23 maggio 2014

"Figlia del Silenzio" di Kim Edwards

Figlia del Silenzio
(The Memory Keeper's Daughter)
di Kim Edwards

Serie: -
Formato: Hardcover, 413 pagine
Editore: Garzanti, 2007 (I edizione - 2005)
Genere: Romanzo, Narrativa varia
Inizio lettura: 18 maggio 2014
Fine lettura: 23 maggio 2014
Preso da: La mia libreria
Lettura n.: 6/2014
La neve aveva cominciato a cadere qualche ora prima dell'inizio del travaglio. Prima, nello spento grigiore del tardo pomeriggio, a radi fiocchi, poi con mulinelli, turbini mossi dal vento ai margini del grande portico davanti alla casa. Lui le stava accanto, nel vano della finestra: guardava le raffiche violente gonfiarsi, vorticare e posarsi al suolo. Nei dintorni si erano accese le luci e i rami nudi degli alberi erano diventati bianchi.
(incipit)
Trama
Lexington, 1964. Sulla città infuria una tempesta di neve. È notte quando Norah Henry avverte le prime doglie: è impossibile raggiungere l'ospedale e suo marito David decide di far nascere il bambino con l'aiuto di Caroline, la sua infermiera. Norah partorisce due gemelli: il maschio, nato per primo, è perfettamente sano, ma i tratti del viso della bambina rivelano immediatamente la sindrome di Down. Travolto dalla disperazione, David affida la piccola a Caroline, ordinandole di rinchiuderla in un istituto. A Norah, sedata dall'anestesia durante il parto, dice che la bambina è morta. Ma Caroline non può abbandonare la piccola Phoebe. Con un coraggio che non credeva di avere, fugge in un'altra città, determinata a prendersi cura della bambina e a conservare un segreto che solo lei e David conoscono. Un segreto che nel tempo si farà sempre più insopportabile e, come una piovra, allungherà i suoi tentacoli sulla vita di David e della sua famiglia: lui, ossessionato dal senso di colpa, ma incapace di affrontare la realtà, Norah, inconsolabile per la figlia che crede morta, e Paul, il fratellino di Phoebe, che cresce in una casa piena di dolore. Intanto Caroline vivrà con gioia l'inaspettata maternità ma dovrà affrontare anche molte difficoltà: Phoebe è vivace e sensibile ma i suoi problemi e i pregiudizi che la circondano costringeranno Caroline a combattere una dura battaglia contro il mondo. Fino al giorno in cui i destini delle due famiglie torneranno a incrociarsi.

Commento
Quando ho trovato questo romanzo al mercatino dell'usato vicino a casa mia e, ancora prima, quando per la prima volta ne ho letto la trama e l'ho inserito nella mia wishlist, non ho fatto caso ad un piccolo ma fondamentale dettaglio, due parole che possono davvero fare la differenza tra acquistare un libro e lasciarlo dove si trova: la definizione "caso letterario". Ed è per questo che quando ho aperto la copertina e mi sono trovata davanti la pagina intitolata "storia di un caso letterario" con tutte le date, come se a qualcuno interessasse davvero sapere quanto eroicamente abbia lottato la Garzanti per accaparrarsi i diritti di ciò che stiamo per leggere come se fosse il più grande capolavoro mai scritto, non sono riuscita a trattenere un gemito di sofferenza: perché a quel punto non si può più tornare indietro, bisogna leggerlo... l'ho comprato! Se non lo facessi rimarrebbe per anni a guardarmi subdolamente dalla libreria e ad irritarmi ogni volta che gli passo davanti. Così mi sono tolta il dente e alla fine ho scoperto che non è stato neanche eccessivamente doloroso: ho provato di peggio!

Il libro è scorrevole anche se, nonostante la trama sia potenzialmente interessante, non mi ha coinvolta del tutto: sono andata avanti più per inerzia che per vero desiderio di sapere come si sarebbe evoluta la vicenda. In realtà quando mi sono accorta che la protagonista del romanzo non sarebbe stata Phoebe, la bambina affetta da sindrome di Down attorno alla quale ruota l'intera vicenda, bensì le due famiglie che la sua nascita coinvolge, mi sono resa conto di quanto scontato sarebbe stato il romanzo e ho perso gran parte dell'interesse. Perché il libro è scritto anche abbastanza bene: è dettagliato e nel caso di alcuni personaggi (David e Norah principalmente) riesce anche ad essere abbastanza profondo e a non rimanere solo in superficie. Il problema è che trascura l'elemento fondamentale: lei, Phoebe, la figlia del silenzio (o "la figlia della custode della memoria" in originale). L'autrice è la prima che quasi esclude Phoebe dalla storia: sentiamo per la prima volta la sua voce che siamo già a metà del libro e un dialogo completo lo regge solo negli ultimi capitoli. Per il resto del romanzo, di lei si parla solo in terza persona e viene narrato solo il modo in cui viene percepita dagli altri personaggi: nulla viene detto di cosa passi per la sua testa, tutto è ridotto a manifestazioni incontrollate delle proprie emozioni, cambi di umore repentini, difficoltà di apprendimento... tutte cose che si trovano leggendo un qualsiasi articolo su questa sindrome, forse nemmeno troppo approfondito.

Per quanto riguarda i personaggi, anche per quelli meglio definiti ci sono aspetti positivi e aspetti negativi, dovuti principalmente al desiderio (secondo me) di trovare una soluzione plausibile e non eccessivamente faticosa alla vicenda. Non entro nei dettagli per evitare spoiler ma l'evoluzione dei personaggi a volte è un po' troppo sommaria e frettolosa, con cambiamenti repentini nell'atteggiamento e nel modo di pensare che rendono il tutto leggermente forzato. Quello che ho apprezzato di più è David, perchè è colui che è rimasto più coerente con sé stesso pur evolvendosi nel corso della vicenda; purtroppo anche lui è coinvolto nell'operazione "vediamo di concluderla in fretta perché devo andare a farmi le unghie" della Edwards che ci regala una soluzione di comodo da leccarsi i baffi.

Nel 2008 è stato prodotto il film tratto dal romanzo (in effetti, nell'elenco delle date da caso letterario c'era anche quella dell'acquisto dei diritti cinematografici) che ho trovato per puro caso su YouTube digitandone il titolo su Google: lo segnalo qui.

Il mio giudizio

Altre cover

L'autrice
(Killeen, Texas, 1958) Kim Edwards è una scrittrice statunitense. Ha raggiunto la notorietà con il suo primo romanzo, Figlia del silenzio, che compare nella lista dei bestseller del New York Times, e che ha vinto il Popular Fiction Award e il British Book Award 2008.

venerdì 6 luglio 2012

[Lettura #20/2012] Pomodori verdi fritti al Caffè di Whistle Stop

Fried Green Tomatoes at the Whistle Stop Cafe
di Fannie Flagg
Paperback, 364 pagine, Sonzogno 1987/2000
Il Caffè di Whistle Stop ha aperto la settimana scorsa, proprio di fianco a me alla posta, e le proprietarie, Idgie Threadgoode e Ruth Jamison, affermano che fin dal primo giorno gli affari sono andati a gonfie vele. Idgie dice che la gente non deve aver paura di restare avvelenata, perché non è lei che cucina ma due donne di colore, Sipsey e Onzell, mentre al barbecue c’è Big George, il marito di Onzell.incipit
Trama: Evelyn, una donna infelice e molto complessata, incontra in un ospizio Virginia, una vecchietta originale che le racconta una storia di tanti anni prima. Quella del Caffé di Whistle Stop, aperto in Alabama da una singolare coppia al femminile, la dolce Ruth e la temeraria Idgie, e frequentato da stravaganti sognatori, uomini di colore, poetici banditi e vittime della Grande Depressione. La movimentata vicenda di due donne, coinvolte loro malgrado in un omicidio, e la loro tenacia nello sconfiggere le avversità, ridanno a Evelyn la fiducia e la forza necessarie per affrontare le difficoltà dell'esistenza.

Commento personale: Probabilmente il libro con il titolo più lungo tra quelli letti fino ad ora, un altro del gruppo di quelli rubacchiati alla nonna (prima o poi dovrò restituirglieli) e un romanzo BEL-LIS-SI-MO. Davvero, in questo romanzo c’è tutto ciò che di cui mi piace leggere: la storia di una famiglia (allargata), tanti personaggi davvero speciali e poi tenerezza, tristezza, dolore, amore, amicizia, gioia, rabbia; insomma, tutto.

La storia si svolge in due epoche distinte (altra tecnica che mi piace moltissimo): una è il presente dell’aziana Virginia Threadgoode (detta Ninny), ricoverata in una casa di cura, e di Evelyn, una donna senza stima di sé che si reca nella stessa struttura insieme al marito per trovare la suocera. L’altra è il passato dei ricordi di Ninny, che racconta a Evelyn la storia del suo quartiere e della sua famiglia. Così ci ritroviamo a rimbalzare tra un presente in cui Evelyn inizia lentamente a prendere coscienza del suo valore come persona e come donna e un passato pittoresco, divertente e a volte anche molto doloroso ambientato in Alabama in un periodo che oscilla tra gli anni ’30 e gli anni ’50. Inoltre anche nelle due epoche i narratori cambiano molte volte, così da farci vedere la storia da tanti punti di vista diversi, facendo quadrare il tutto.

Nel romanzo vengono trattati moltissimi temi anche dolorosi, ma quello che sicuramente spicca per l’importanza che assume all’interno del racconto è il razzismo, dominante in quel periodo della storia americana. Nonostante la gravità di questi argomenti, il romanzo riesce sempre a mantenere un tono leggero e ironico che stempera anche gli episodi più drammatici e un clima di serenità.

I personaggi, come in tutti i bei libri che si rispettino, sono il fulcro del romanzo, sono ciò che rende impossibile staccarsi dalle sue pagine e non rimanere affascinati insieme ad Evelyn dal piccolo ma frizzante mondo che è Whistle Stop. Le vere e proprie protagoniste sono Idgie e Ruth, due donne legate da un amore profondo l’una per l’altra, ma sono circondate da un ventaglio infinito di personaggi, tutti uniti dal Caffè che le due donne dirigono con successo e che sfama non solo gli avventori paganti, ma anche tutti vagabondi che passano di lì cercando un lavoro e un piatto caldo.

Tra i vari narratori che si alternano nel romanzo una menzione particolare devo farla per il giornale della signora Weems: non c’era un bollettino che non mi facesse morire dal ridere, troppo forte. Per il resto la mia narratrice preferita è rimasta sempre Ninny, forse perché è la voce narrante principale e leggerla era come ascoltare una nonna che racconta la storia di un mondo che non c’è più.


Inizio lettura: 15 giugno 2012
Fine lettura: 22 giugno 2012

giovedì 31 maggio 2012

Il drago come realtà

Sfida del bersaglio 2012, sfida infinita 2012, sfida dei buoni propositi 2012, sfida della non-narrativa 2012, sfida incrociata 2012, sfida solo donna 2012

Autore: Silvana De Mari
Anno di pubblicazione: 2007
Editore: Salani
Pagine: 148

Iniziato il: 30 maggio 2012
Terminato il: 30 maggio 2012
Valutazione: ★★★★
La letteratura fantastica è la prima che compare in ogni popolo. La prima cosa scritta su questo continente contiene la parola “ira”: “L’ira funesta cantami, o Diva, del Pelide Achille”.
(incipit)


Sono rimasta molto colpita da questo libro; mi aspettavo un saggio sulle fiabe, sulle loro origini, sulla loro evoluzione e invece ho trovato molto di più, qualcosa che proprio non mi aspettavo: ho trovato un libro in cui l’autrice grida tutta la sua indignazione per le mostruosità del presente e del passato.

In alcuni punti in effetti la De Mari si lascia molto andare rispetto a quanto ci si aspetti solitamente in un saggio, che dovrebbe essere il più possibile neutrale, però i temi sono troppo importanti per non arrabbiarsi. All’interno delle fiabe, infatti, si trova la rappresentazione della realtà, una realtà che si modifica con il passare dei secoli, e che viene sempre riflessa nei racconti che sono il porto sicuro di chi sa di poter trovare almeno lì un lieto fine. Ad esempio, le fiabe di Pollicino e di Hansel e Gretel sono nate in un’epoca in cui non era raro che i bambini venissero abbandonati o strappati alle loro famiglie, che si ritrovassero succubi di una matrigna perché la madre era morta di parto, che addirittura le guerre e le carestie portassero al cannibalismo (tanto che sono stati ritrovati documenti che vietavano espressamente di nutrirsi di cadaveri di bambini) e all’interno di queste fiabe si ritrovano i temi dell’abbandono, della povertà, la paura di essere in balia dell’Orco o della Strega di turno. Anche nei romanzi fantastici moderni si ritrova una trasposizione della realtà: nel “Signore degli Anelli” si rivive la Seconda Guerra Mondiale, l’oppressione dei totalitarismi e la paura per la distruzione del mondo.

I temi affrontati dalla De Mari sono moltissimi, dai roghi delle streghe agli ebrei deportati ai morti nei gulag russi, dalla violenza sui bambini a quella sulle loro madri, dalle Crociate agli attentati terroristici, tutti orrori che fanno sentire la propria eco nella narrazione fantastica proprio perché questa è l’unica che permette di affrontare il dolore e le sofferenze senza dovercisi scontrare davvero.

Il libro è pieno di spunti e di riferimenti bibliografici molto interessanti che sono entrati tutti diretti nella mia wishlist insieme al libro stesso, dato che il volume che ho letto l’ho preso in prestito in biblioteca ma ho tutta l’intenzione di comprarlo.

L’unico aspetto che mi ha lasciato un po’ perplessa è il riferimento, che compare molte volte, che la De Mari fa ai suoi stessi libri: può andare bene una volta e solo se affiancato all’analisi di molti altri romanzi fantastici contemporanei, mentre nel volume l’autrice cita e rimanda più volte ai suoi stessi libri e cita in modo approfondito due sole opere fantasy, ovvero “Il Signore degli Anelli” e “Harry Potter”. Questo mi ha fatto pensare ad un tentativo di far incuriosire il lettore e fargli acquistare i suoi romanzi, però magari sono io che sono sempre prevenuta…

In realtà la fiaba, la narrazione fantastica senza alcuna pretesa di verosimiglianza, nata dal basso, spontanea e anonima, proprio per il suo contenuto fantastico e per il lieto fine che c’è sempre, è in assoluto la narrazione che è più vicina alla realtà storica: è l’unica narrazione dove la realtà storica, di qualsiasi tipo, sia stata rappresentata.
Nelle fiabe essa [la miseria] è da sempre uno dei protagonisti, insieme alla fame, alla paura, all’infanticidio, all’idea che i bimbi possano essere scacciati, allontanati, venduti, scambiati, abbandonati in un bosco buio dove un Orco orrendo li mangerà per cena, a meno che una fila di sassolini che brillano sotto la luna non li riporti a casa dove nessuno li vuole. Noi non abbiamo idea di cosa sia stata sul nostro suolo la vita dei bambini.
Ci dice Kafka che la realtà non può essere guardata in faccia, abbiamo bisogno di un velo che la copra. Quel velo può essere il genere fantastico. Diceva Italo Calvino: la fantasia è come la marmellata, uno non se la può mangiare a cucchiai, perché dopo il terzo cucchiaio ne ha fino qui. La marmellata va messa sul pane, cioè va messa su un sapore diverso: “la fantasia va messa su qualcosa di reale”.
La maternità umana è sempre un incrocio tra il dubbio sulla scelta da fare e il senso di colpa per la scelta fatta. [...] Noi abbiamo rinunciato alla certezza di sapere sempre qual’è la cosa giusta, per diventare uomini.
La fantasy ci evita una tragedia che invece è la nostra tragedia permanente: cercare di capire quale sia la parte giusta, quale quella sbagliata. Ogni tanto ci guardiamo tutti in faccia e ci chiediamo come abbiamo fatto a bruciare le streghe in piazza, o mettere i bambini sui treni per Auschwitz.

martedì 29 maggio 2012

A letto con Maggie


Titolo originale: In her shoes
Autore: Jennifer Weiner
Anno di pubblicazione: 2003 (2002)
Editore: Piemme
Pagine: 463

Iniziato il: 27 maggio 2012
Terminato il: 28 maggio 2012
Valutazione: ★★★★
Come si chiamava quel tipo? Ted o Tad, insomma, qualcosa del genere. Un monosillabo da dimenticare. Fatto sta che Ted o Tad, con la sua barba da porcospino le stava irritando il collo, e nel frattempo le pigiava una guancia contro la parete del cesso.
(incipit)

Ho letteralmente divorato questo libro al quale probabilmente non mi sarei mai avvicinata se non avessi visto il film con Toni Collette e Cameron Diaz: il titolo italiano, infatti, mi avrebbe respinta lontana mille miglia, dato che lascia immaginare che si raccontino le avventure erotiche di una certa Maggie. In realtà il romanzo è piacevolissimo e non c’è nulla di erotico nel suo contenuto: è vero che Maggie se la spassa un po’ troppo e decisamente con troppi uomini, ma non si entra mai nel dettaglio e tutto ciò che viene raccontato degli incontri amorosi della ragazza è limitato a ciò che è davvero importante ai fini della trama (per intenderci, niente capezzoli turgidi alla Tracy Chevalier che tanto mi avevano infastidito).

La trama racconta la storia di Maggie e Rose, due sorelle orfane di madre che non potrebbero essere più diverse: Rose è un’avvocato in carriera, intelligente, seria, un po’ cicciottella e non cura molto il suo aspetto fisico. Non ha un gran gusto nel vestire ma adora le scarpe e ne possiede decine e decine di paia, di tutti i tipi. Maggie è tutto l’opposto: bellissima e consapevole di esserlo, adora fare shopping, è irresponsabile e sempre in bolletta in quanto non è capace di tenersi un lavoro per più di un mese. Il già precario equilibrio tra le due ragazze crolla definitivamente quando Maggie compie un gesto davvero spregevole andando a letto con il fidanzato di Rose.

Il romanzo è narrato da tre punti di vista differenti (quello di Rose, quello di Maggie e quello di Ella, la nonna che le ragazze non hanno mai conosciuto) e ciò ha permesso all’autrice di affrontare in modo approfondito il percorso di crescita delle tre donne, che per tutte è molto importante e profondo: tutte e tre hanno qualcosa da sistemare prima con sé stesse e poi tra loro, e il modo in cui la Weiner intreccia le loro dinamiche è efficace e appassionante.

La differenza con il film sta soprattutto in ciò che accade a Maggie dopo la fuga da casa di Rose: mentre nel film si reca subito a casa della nonna in Florida, nel romanzo la ragazza trascorre un periodo come clandestina nel primo luogo che le viene in mente e che giocherà un ruolo fondamentale nel suo percorso di crescita: il campus universitario di Princeton, dove sua sorella si è laureata in giurisprudenza e dove Maggie riesce a mimetizzarsi perfettamente con gli altri studenti prima di essere scoperta.

Su internet ho scoperto che per questo romanzo esiste una “Reading Group Guide”, ovvero una guida per i Gruppi di Lettura con una serie di domande che aiutano a riflettere su ciò che si è letto. La cosa mi ha incuriosita e ho deciso di provare a dare le mie risposte che possono essere lette aprendo lo spoiler (attenzione perché contengono un sacco di rivelazioni sulla trama). Il link al sito sul quale ho trovato le domande è questo. Le domande sono state liberamente tradotte da me.

Readin Group Guide

Rose riagganciò. Sua sorella era come quello stramaledetto giocattolo, come si chiamava, “Ercolino sempre in piedi”. Traballava, faceva casino, ti rubava le scarpe, i soldi e il fidanzato, ma non cadeva mai e poi mai.

Una sposa conveniente

sfide: sfida solo donna 2012, sfida della francofonia 2012, sfida infinita 2012, sfida salva-comodino 2012

Titolo originale: L’heure de Juliette
Autore: Elsa Chabrol
Anno di pubblicazione: 2011 (2008)
Editore: Sperling&Kupfer
Pagine: 301

Iniziato il: 24 maggio 2012
Terminato il: 27 maggio 2012
Valutazione: ★★★★
«Centouno anni, un mese e quattro giorni…»
Juliette controllava il calendario ogni mattina alla stessa ora. Subito dopo aver finito il suo caffè di cicoria.
(incipit)
Nonostante la trama mi avesse colpito fin da subito, non pensavo che questo romanzino mi sarebbe piaciuto così tanto e invece è stata una lettura di quelle che mettono allegria e che ti fanno passare alcune ore in serenità.

La storia è per la maggior parte narrata dal punto di vista di Juliette, un’ultracentenaria incredibilmente sveglia che nonostante la sua salute di ferro è fermamente convinta che ogni giorno sia il suo ultimo, o almeno così fa credere ai suoi compaesani, potendo in questo modo far leva sulla possibilità di restarci secca da un momento all’altro per ottenere tutto quello che vuole. Dal suo punto d’osservazione alla finestra del salotto, Juliette tiene d’occhio tutto il paese, e ogni giorno si intrattiene studiando i movimenti dei suoi compaesani; movimenti estremamente rari, perché da alcuni anni ormai il paese si è come addormentato, e l’isolamento ha spinto gli abitanti a ritirarsi sempre di più nelle loro case e ormai non ci si parla più nemmeno tra vicini di casa. Pierrot è l’unico che riesca a mantenere dei buoni rapporti con tutti i compaesani a causa del suo ruolo di tuttofare, e così quando dopo la morte della madre annuncia di voler cambiare vita, allontanarsi dal paesino e costruirsi una famiglia, gli abitanti di Poulignac sono costretti ad unire di nuovo le proprie forze per trovargli una moglie. Ma come fare? Ovvio, su internet! Così la vecchia camera del padre di Juliette si riapre a nuova vita divenendo il quartier generale dell’operazione.

Il piano che gli abitanti di Poulignac elaborano e mettono in pratica è contemporaneamente geniale e folle ed è davvero divertente vedere questi vecchietti alle prese con le tecnologia; l’aspetto più tenero e simpatico, però, è vedere le dinamiche che nascono (o meglio, che si ristabiliscono) tra queste persone che si conoscono da decine di anni ma che si sono completamente perse di vista nonostante abitino a un metro di distanza l’uno dall’altro. Alcuni personaggi, poi, sono davvero fantastici, come La Talpa (in paese, infatti, ognuno ha un soprannome), una novantenne con un passato da bigotta che dopo un ictus realizza di non voler morire vergine e rimangono davvero nel cuore.

L’autrice è una sceneggiatrice, e si sente: leggendo il romanzo mi sembrava di guardare una di quelle deliziose commedie francesi leggere e divertenti che alla fine ti lasciano un senso di soddisfazione e di serenità. Se ne dovessero fare un film lo vorrei vedere subito.
Franz, allora, pensò che si era sbagliato di grosso sul conto della centenaria. Non era né rincitrullita, né morente, né fragile. Era una temibile stronza.
«Oh, non è come pensa lei! Io non cerco la scappatella, come si dice. Io intendo costruire. Una famiglia, una vita. La mia vita. Qui, tutto sta morendo, signora Juliette. Lei lo sa meglio di chiunque altro, no? Gli orti sono in abbandono, le case diventano ruderi…»
«Si, e non soltanto le case…» disse lei indicando se stessa.
«Forse, ma io, signora Juliette, io ho l’impressione di essere circondato da persone che stanno concludendo la loro vita, mentre io non ho ancora cominciato la mia. Capisce? Sarebbe davvero stupido non aver avuto una vita, no? Sicché voglio andarmene. Provarci. E’ una cosa tanto brutta?»

giovedì 24 maggio 2012

La sfida della mummia [Serie di Amelia Peabody, #1]

sfide: sfida del mistero, sfida salva-comodino, sfida dell’alfabeto, sfida infinita, sfida solo donna

Titolo originale: Crocodile on the Sandbank
Autore: Elizabeth Peters
Anno di pubblicazione: 2006
Editore: Editrice Nord
Pagine: 304

Iniziato il: 20 maggio 2012
Terminato il: 23 maggio 2012
Valutazione: ★★★ e mezzo
Quando incontrai Evelyn Burton-Forbes lei era sulla strada a Roma…
(incipit)

Uno dei miei buoni propositi di quest’anno era non iniziare una nuova saga limitandomi a proseguire quelle attualmente in corso (che secondo i miei calcoli dovrebbero essere 11, quindi avrei avuto il mio bel da fare anche se mi fossi fermata a quelle). Purtroppo, mentre percorrevo stoicamente la retta via, mi sono scontrata con la libreria di mia nonna e proprio lì in prima fila spiccava questo romanzo, il primo di una serie che avevo già inserito da tempo in wishlist, e a quel punto non ho potuto farci più nulla: è entrato da solo sgambettando nella mia borsa ed è venuto a casa con me (insieme ad altri due, di cui uno fa parte di un’altra saga ancora… insomma, è un circolo vizioso da cui non uscirò mai).

Dopo i Buddenbrook avevo bisogno di una lettura fresca e leggera e con Elizabeth Peters ho trovato proprio quello che cercavo: una protagonista simpatica, una spruzzata di mistero e una trama facile da seguire, il tutto inserito in una cornice meravigliosa come può essere quella dell’Egitto ottocentesco (quindi ancora incontaminato e senza tutti quegli orribili villaggi turistici). Il romanzo, infatti, è ambientato in epoca vittoriana e Amelia Peabody, la protagonista, è una ricca ereditiera allergica al matrimonio e con la passione per l’archeologia che decide di spendere il suo bel patrimonio viaggiando e visitando una terra che da sempre la affascina: l’Egitto. Poco prima della partenza Amelia incontra Evelyn, una bellissima ragazza inglese sedotta e abbandonata da colui che amava, e la elegge sua compagna di viaggio; così le due donne si avventurano nella terra dei faraoni dove, accompagnate dal fedele servitore Michael, si uniranno alla spedizione dei due fratelli archeologi Richard e Walter Emerson. Durante gli scavi, però, sorge un problema: una spaventosa mummia appare nei pressi del loro accampamento e terrorizza gli operai. Naturalmente spetta ad Amelia risolvere il mistero.

Lo dico subito, il romanzo è una serie infinita di cliché letterari (la zitella anticonformista che proclama la sua indipendenza, l’amica dolce e remissiva che dimostra un’inaspettata determinazione, il personaggio burbero il cui comportamento è solo una maschera per nascondere i suoi sentimenti e il bravo ragazzo timido e riservato che si innamora dell’amica dolce) e il mistero della mummia è facilmente intuibile fin dall’inizio ma la lettura è scorrevole e piacevole, i personaggi sono simpatici e la ricostruzione dell’Egitto ottocentesco è affascinante, anche se rimane sempre piuttosto in secondo piano dato che la maggior parte dell’azione di svolge nell’isolato accampamento degli archeologi ad Amarna, la città del faraone “monoteista” Amenofi IV (del quale ho imparato molto leggendo i romanzi di Ramses di Christian Jacq).

Probabilmente questo è uno dei classici libri che se letti nel momento giusto sono una boccata d’aria fresca, se letti nel momento sbagliato, invece, lasciano intravedere tutti i loro limiti e rischiano di trasformarsi in grosse delusioni. Mi viene però da pensare che, siccome la saga è composta da ben 19 romanzi (dei quali 6 sono inediti in Italia), è possibile che proseguendo con i volumi ci si trovi di fronte ad un’evoluzione delle trame e dei personaggi.
Suppongo che il matrimonio si addica ad alcune donne; poverette, che altro possono fare? Ma perché una donna autonoma e intelligente dovrebbe scegliere di sottomettersi ai capricci e alle angherie di un marito? Vi assicuro che non ho ancora incontrato un uomo assennato quanto me.
(Amelia Peabody)

venerdì 4 maggio 2012

The Fairies' Shoemaker and other stories

sfide: torniamo ragazzi, infinita, letture in lingua, fantasyosa

Autore: Enid Blyton
Anno di pubblicazione: 1987
Editore: Award Publications
Pagine: 192

Iniziato il: 24 marzo 2012
Terminato il: 8 aprile 2012
Valutazione:★★★
Once upon a time there lived a naughty little pixie called Pinkity. He was always in mischief and teased every one he met.
(incipit della storia "Pinkity's Pranks)
Trama
Il libro è una raccolta di racconti fantasiosi sul mondo delle fate, dei folletti e degli gnomi.

Commento
Tutte fiabe abbastanza classiche e che generalmente terminano con una morale, proprio per questo le ho trovate molto carine ma mano originali rispetto a quelle contenute in "The Faraway Tree". Quella che più mi è piaciuta è stata l'ultima e anche quella che dà il titolo alla raccolta, ovvero "The Fairies' Shoemaker", che racconta la storia di una bambina che un giorno, durante una passeggiata nel bosco, si trova un chiodo conficcato nella scarpina. Poco lontano, c'è un calzolaio molto particolare: quell'omino minuscolo è infatti il calzolaio delle fate, che aggiusta in un batter d'occhio la scarpetta della bimba, la quale in cambio gli regala l'ombrellino della sua bambola per permettergli di ripararsi dal sole.

Scambio con l'inglese

sfide: torniamo ragazzi, infinita, salva-comodino

Titolo originale: Das Austauschkind
Autore: Christine Nöstlinger
Anno di pubblicazione: 2001
Editore: Piemme
Pagine: 186

Iniziato il: 16 febbraio 2012
Terminato il: 16 febbraio 2012
Valutazione:★★★★
Mi chiamo Edward Mittermeier e all'inizio di questa storia ho tredici anni e una settimana. Alla fine della storia avrò tredici anni e sette settimane.
(incipit)


Trama
Ewald ha dodici anni e vive a Vienna. Si tratta del classico ragazzino ben educato, un po’ timido e timoroso di contrariare i genitori. La sorella Sybille, di quindici anni, invece, è più intraprendente, ribelle, estroversa e autonoma. Un giorno i genitori decidono di ospitare in casa per sei settimane un ragazzino inglese, per consentire al figlio di migliorare la propria pronuncia. Anziché il previsto Tom arriva però il fratello Jasper che, nel giro di pochi minuti, rivoluziona radicalmente la vita familiare.

Commento
Mi ero completamente dimenticata di avere in coda il commento su questo libro, che vergogna. Oltretutto non è nemmeno una lettura particolarmente impegnativa anche se, come tutti i libri della Nöstlinger, può rappresentare uno spunto di riflessione importante sulle tematiche pedagogiche. In particolare in Scambio con l'inglese ci viene raccontata la storia di una famiglia austriaca che decide di ospitare un ragazzo inglese per aiutare il figlio minore a migliorare la lingua; inaspettatamente, però, all'aeroporto non si presenta Tom, il ragazzo che aspettavano, bensì suo fratello, il problematico Jasper. Il ragazzo è completamente allo sbando, sporca la sua camera in modo indecente, non mangia insieme alla famiglia ma ruba di notte il cibo dal frigorifero, non spiccica una parola e puzza come un caprone. L'unica che sembra riuscire ad instaurare un rapporto con Jasper è Sybille, la sorella maggiore di Ewald, che aiuta la sua famiglia a comprendere il disagio di Jasper e ad aiutarlo. I temi della Nöstlinger sono sempre molto delicati ma la sua abilità sta proprio nel riuscire a raccontarli in modo semplice e naturale; mi rendo conto di quanto sia difficile affrontare certe situazioni, soprattutto in un'età difficile come quella dell'adolescenza.
In momenti del genere provo sempre una grande compassione per la mamma. Quando una persona che ti è così vicina è così totalmente incapace di capire le cose, ti senti davvero intenerire!

mercoledì 21 marzo 2012

Il cigno e il lupo

sfide: fantasyosa
Autore: Valentina Capaldi
Anno di pubblicazione: 2011
Editore: Boopen Editore
Pagine: 166

Iniziato il: 19 marzo 2012
Terminato il: 20 marzo 2012
Valutazione:★★
Eloise Vignaux adorava la terrazza al tramonto.
Dalla casa della signora sulla collina era possibile vedere tutta la città di Tymperia e una buona parte del lago, compresa l'isola sulla quale sorgeva il palazzo imperiale. Era un bellissimo spettacolo che spesso le cameriere s'incantavano a guardare, tanto che la signora era costretta a richiamarle; tuttavia non era solo per il panorama che Eloise Vignaux adorava la terrazza al tramonto.
(incipit)
Trama
Lasciata la foresta di Mawood, a Caleb si presentano nuove domande a cui dare risposta. Chi sono il Cigno e il Lupo? Dov'è la città dai tetti a punta? sarà possibile far tornare la pace nell'Impero? Ma, soprattutto, dove si è nascosta la perfida regina degli elfi? Finalmente l'atteso seguito di "Elfo per metà".

Commento
Rispetto al primo libro ci siamo sicuramente di più: il racconto è più lineare e l'effetto che avevo riscontrato di essere gettata senza preamboli nella vicenda non si è ripetuto (forse anche a causa del fatto che conoscevo già i personaggi). La trama rimane interessante e l'ho trovata leggermente più approfondita della precedente, come anche l'esplorazione psicologica che "scava" un po' di più. Purtroppo le mancanze rimangono sempre le stesse: errori grammaticali, soprattutto di condizionali e congiuntivi che davvero non possono secondo me essere accettati in un libro, per quanto "opera prima" e l'eccessiva rapidità della conclusione: sembra davvero che al termine del libro l'autrice non sopporti più i suoi personaggi e li voglia far sparire il prima possibile dalla sua vista. Infine continuo a non essere convinta dell'utilità di una saga.
La mia opinione conferma anche questa volta quello che avevo pensato per il primo libro: la storia non è male ma va decisamente sistemata lavorando prima di tutto sull'italiano (perché un libro può anche essere orribile e scritto malissimo per incapacità dell'autore, ma la lingua deve essere corretta) e poi rielaborando la trama ampliandola un po' e eliminando quell'effetto concentrato che leggendo si percepisce e approfondendo le diverse scene, descrizioni e personaggi. Il primo esempio di scena che secondo me andrebbe approfondita che mi viene in mente di è l'episodio dell'incontro con i ribelli nel bosco: l'ho trovato molto approssimativo, con il tentativo di fuga della principessa così "dal nulla". In ogni caso credo che l'autrice sia sulla strada giusta, anche se ci sono parecchie cose da sistemare.

mercoledì 25 gennaio 2012

I misteri di Goodrich Court

Autore: Cristina Contilli e Laura Gay
Anno di pubblicazione: 2011
Editore: Ilmiolibro.it
Pagine: 62

Iniziato il: 24 gennaio 2012
Terminato il: 24 gennaio 2012
Valutazione:★ e mezzo
Emma si affacciò al finestrino della carrozza su cui stava viaggiando da ore e vide in lontananza un vecchio casolare col tetto in mattoni rossi. Poco lontano, un gruppo di soldati con le loro armi scintillanti facevano ritorno alle proprie case. Nonostante la guerra contro Napoleone fosse ormai finita da tempo, si vedevano ancora parecchi militari in giro.
(incipit)
Trama

Un rosa paranormale ambientato tra India e Inghilterra nel periodo recency: quali misteri nasconde il castello di Goodrich Court dove Emma viene assunta come istitutrice? E soprattutto chi è veramente il conte William Borroughs?(Retro di copertina)


Commento
Uffa... io odio scrivere commenti negativi sui libri che ricevo con le catene di lettura, perché mi dispiace; non è come stroncare una ciofeca trovata in libreria, magari pubblicata da una nota casa editrice che senza scrupoli ci propina a pagamento una plateale cavolata, in questo caso devo dare la mia opinione sullo scritto di una persona che quasi conosco, con la quale magari mi sono anche scambiata dei messaggi su aNobii, e che sicuramente ha deciso di far girare il suo libro perché ci crede. Purtroppo però non posso nemmeno dire che il racconto mi sia piaciuto: la trama di base, anche se un po' scontata (ma la maggior parte dei romanzi sono basati su una trama già sentita mille volte, quindi non è una cosa così grave), potrebbe anche dar vita ad una storia interessante, se non fosse che tutta la vicenda è trattata in modo superficiale e soprattutto incoerente. La domanda che mi è venuta in mente mentre leggevo è stata: ma le autrici hanno riletto ciò che hanno scritto? Detto francamente, sembra di no, perché mi pare impossibile che nessuna delle due si sia accorta che manca un pezzo. Il punto è il seguente: William, il protagonista maschile, dichiara chiaramente di essere uno spirito, può passare attraverso pareti e porte chiuse e nessuno lo vede e lo sente a parte Emma. Improvvisamente e senza alcuna motivazione, poche pagine dopo viene detto che William è una persona in carne ed ossa che ha sempre vissuto nascosto nel castello perché è un lupo mannaro. Ci si perde insomma il passaggio tra fantasma e persona viva, come se chi ha scritto avesse cambiato improvvisamente idea, senza però ricordarsi che due righe prima aveva scritto tutt'altro! Inoltre, anche se si facesse finta di aver letto male e di essersi sognati che William fosse un fantasma, il resto della storia è comunque deboluccio e sembra senza scopo, oltre ad essere poco approfondito. Anche tutta la questione della leggenda della tigre dell'India sembra messa dentro un po' a caso. Insomma, mi dispiace ma proprio non ci siamo.

martedì 10 gennaio 2012

La sorella di Mozart

Autore: Rita Charbonnier
Anno di pubblicazione: 2006
Editore: Corbaccio
Pagine: 336

Iniziato il: 28 dicembre 2011
Terminato il: 04 gennaio 2012
Valutazione:★★★★
Carissima Fräulein Mozart,
Consegno questa lettera nelle mani di Victoria, alla vigilia di una missione che mi terrà lungamente lontano dalla città, giacché desidero che abbiate tra le mani, mia giovane e deliziosa amica, qualcosa che nel frattempo mi ricordi a voi. È un desiderio audace, ne sono consapevole, ma più forte della modestia è il mio timore che quanto accaduto tra noi quella notte si dissolva nei gesti quotidiani, e non lasci tracce.
(incipit)

Trama
Tutti conoscono Wolfgang Amadeus Mozart, ma che Mozart avesse una sorella è un fatto noto solo a quei pochi che hanno studiato a fondo la vita del Maestro, e che sanno quindi che nell'infanzia egli si esibiva sempre in coppia con la sorella Nannerl. Ma d'un tratto quella fanciulla scompare del tutto dagli annali e anche le biografie più accurate di Mozart le riservano solo qualche nota distratta. Perché mai? Che cosa accadde a quel prodigioso talento nato in un corpo di donna? Questo romanzo ci svela la storia, incentrandosi su una vibrante figura femminile del XVIII secolo molto vicina a una donna del nostro tempo. Basato sulla corrispondenza della famiglia Mozart, il romanzo mescola episodi reali e inventati. (dal retro di copertina)

Commento
Già dalla trama letta su internet sapevo ciò a cui andavo incontro leggendo questo romanzo: quel senso di ingiustizia e di impotenza che sempre mi blocca lo stomaco quando si parla dei tentativi di una donna di trovare la propria strada e seguire le proprie passioni e inclinazioni, che vengono ostacolati dall'ottusità e dal maschilismo, soprattutto nei tempi antichi. La sorella di Mozart è un libro davvero bello: scorrevole, appassionante, ben scritto, anche se dopo aver letto la Austen e soprattutto Tolstoj, tutti i romanzi sembrano delle porcherie in confronto. Questo è un po' il "lato negativo" di leggere i classici (se può esistere un lato negativo nel leggere i capolavori della letteratura): ci si abitua a degli standard così alti che poi quando si cerca una lettura più leggera ci si rende conto perfettamente dei limiti di ciò che ci troviamo davanti. Nonostante questo, la vita di Nannerl mi ha coinvolto moltissimo e ho provato tanta tenerezza per questa ragazza schiacciata da un fratello troppo ingombrante, da una madre del tutto inerme e da un padre cieco e insensibile di fronte alle sue esigenze, come purtroppo capitava spesso alle donne fino a non molto tempo fa.
Nella vita di Nannerl si alternano momenti di grande felicità a momenti di immensa tristezza; ogni suo desiderio soppresso, ogni soddisfazione immediatamente smorzata dal fratello e dal padre, due figure che si contendono il suo amore/odio. In alcuni momenti mi faceva una gran pena, soprattutto perché si ritrova impotente di fronte alla propria vita che le scivola dalle mani, senza che lei riesca a prenderne il controllo, subendo continuamente le scelte altrui. Contemporaneamente mi ha portato ad incuriosirmi sul personaggio di Wolfgang Amadeus Mozart, che in questo romanzo viene dipinto come un ragazzo sicuramente egoista e manipolatore, abituato a ritenere che ogni cosa gli sia dovuta senza curarsi delle conseguenze, perché tanto ciò che importa sono solo lui e la sua arte, ma contemporaneamente anche inconsapevole della gravità dei suoi comportamenti, proprio perché nessuno, prima di tutto suo padre, gli ha mai insegnato a dare importanza ai sentimenti altrui.
Tutti i personaggi del romanzo mi sono piaciuti moltissimo, perché nella loro negatività o positività, erano approfonditi, sfaccettati, a volte anche contraddittori. Le descrizioni, poi, della musica, dei suoni e delle melodie sono incredibilmente ben riuscite, soprattutto in quanto trovo sia molto difficile comunicare con le parole ciò che generalmente percepiamo non solo con le orecchie, ma soprattutto con l'anima.
Si può dire che il romanzo si divida in tre parti: detto in linguaggio musicale un crescendo, uno smorzando e infine un nuovo crescendo, che è una vera e propria rinascita. Questo "ritorno alla vita" di Nannerl è rappresentato dalla scena secondo me più bella di tutto il romanzo, in cui lei, dopo aver passato mesi chiusa in una stanza al buio, finalmente riprende a sbocciare e permette al sole di baciarle prima una mano, poi un braccio, per poi lasciarsi totalmente inondare dalla luce. In generale, i capitoli finali sono quelli che più mi sono piaciuti, dato che qui emerge finalmente il vero carattere di Nannerl, che la ragazza è stata costretta per tutta la vita a nascondere in un guscio protettivo.

Wolfgang era tutto rosa, sì, tutto pelato, sì, e non aveva coscienza. Vagiva dalla bocca piccola e vuota di denti e aveva la testa allungata come un fagiolo. I suoi occhi sembravano non cogliere lo spazio, i suoi gesti erano privi di significato. Ma nello stesso istante in cui lo vide, Nannerl capì che lo amava con tutta se stessa, e che come amava lui non avrebbe amato nessun altro al mondo.
Nessuno la guardò, né parve accorgersi di lei. Il gruppetto, Leopold in testa, se ne andò portando il bimbo in trionfo e Nannerl, nella sala deserta, continuò a suonare per se stessa.

lunedì 9 gennaio 2012

Sense and Sensibility - GDL

sfide: letture in lingua
Autore: Jane Austen
Anno di pubblicazione: 2000
Editore: Wordsworth
Pagine: 255

Iniziato il: 06 dicembre 2011
Terminato il: 03 gennaio 2012
Valutazione: ★★★★
The family of Dashwood had been long settled in Sussex. Their estate was large, and their residence was at Norland Park, in the centre of their property, where for many generations they had lived in so respectable a manner as to engage the general good opinion of their surrounding aquaintance.
(incipit)

Trama

'Young women who have no economic or political power must attend to the serious business of contriving material security'. Jane Austen's sardonic humour lays bare the stratagems, the hypocrisy and the poignancy inherent in the struggle of two very different sisters to achieve respectability.Sense and Sensibility is a delightful comedy of manners in which the sisters Elinor and Marianne represent these two qualities. Elinor's character is one of Augustan detachment, while Marianne, a fervent disciple of the Romantic Age, learns to curb her passionate nature in the interests of survival.
(ibs.it)

Di seguito i commenti alle singole parti del gdl
(aggiornate sempre in questo post)

05 - 11 dicembre
12-18 dicembre
19-25 dicembre
09-15 gennaio

Commento Generale
Con una lentezza davvero esasperante, almeno per i miei soliti ritmi di lettura, specialmente per Jane Austen, ho finalmente raggiunto la meta, rispettando anche incredibilmente i tempi del gdl! Il problema fondamentale di questo romanzo è stato la lingua; nonostante abbia capito sempre tutti gli avvenimenti, i dialoghi e le descrizioni, mi sono resa conto di aver faticato molto durante la lettura, ritrovandomi spesso a ripercorrere più volte le stesse frasi per cogliere al cento per cento il loro significato, probabilmente a causa dell'inglese ottocentesco (soprattutto per le strutture grammaticali, più complesse di quelle che ritrovo nei libri contemporanei). A parte questo, il romanzo mi è piaciuto molto, pur avendolo trovato sicuramente inferiore a Orgoglio e Pregiudizio: personaggi meno incisivi, dialoghi meno serrati e appassionanti e conclusione un po' frettolosa. In ogni caso, la società descritta dalla Austen ha sempre un fascino particolare, e non mancano certo alcuni personaggi azzeccati come Mr John Dashwood e consorte, Mrs Jennings e il Colonnello Brandon. Il finale, come ho già detto, mi ha lasciato in parte insoddisfatta, anche se è perfettamente coerente con il messaggio del romanzo: la felicità, infatti, sta nella moderazione ed entrambe le coppie andranno probabilmente incontro ad un futuro di tranquilla serenità (che, in ogni caso, buttala via!). Certo, in un certo senso è più deprimente, soprattutto in un romanzo, però è in effetti la conclusione più realistica.

lunedì 12 dicembre 2011

Il rogo

sfide: del nord e del freddo, solo donna

Titolo originale: Bålet
Autore: Bergljot Hobæk Haff
Anno di pubblicazione: 1999
Editore: Iperborea
Pagine: 150

Iniziato il: 30 novembre 2011
Terminato il: 01 dicembre 2011
Valutazione:★★★★
La maestra del villaggio era d'aspetto comune quanto è giusto che sia la maestra di un così piccolo angolo del mondo. Se qualche estraneo avesse voluto informarsi su di lei domandando, per esempio, se fosse più o meno carina, chiunque si sarebbe trovato in grande imbarazzo e avrebbe risposto che non era quella la qualità più importante in una maestra.
(incipit)

Trama
Un villaggio sperduto in qualche remota valle del Nord, una storia che potrebbe cominciare con un "c'era una volta". Una maestra, un calzolaio, un forestiero, un vecchio veggente, un ragazzo curioso, personaggi senza nome che si muovono nei luoghi quotidiani delle fiabe: la casa al margine del bosco, la strada maestra, la bottega. L'atmosfera è quella delle leggende un po' cupe e misteriose ascoltate in lontane sere d'inverno intorno al fuoco: le ombre incombenti delle montagne, la palude infida, la nebbia densa che fa smarrire la ragione, pozioni di erbe che guariscono, traffici oscuri nella notte, un presagio di calamità che incombe come un maleficio su un angolo di terra dimenticato da Dio e dagli uomini. (dal retro di copertina)

Commento
Ho aspettato tanto prima di scrivere il post relativo a questo romanzo, e nonostante ciò, anche adesso che mi sono decisa, mi rendo conto di quanto sia difficile parlarne; Il rogo, infatti non è un romanzo convenzionale, ma una metafora del bene e del male che parla della facilità con cui la malvagità sia in grado di farsi largo nel cuore degli uomini sfruttando quella "propensione naturale" al male che ciascuno di noi nasconde dentro di sé.

La vicenda si svolge in un minuscolo paesino nascosto tra le montagne, retto da una sorta di equilibrio naturale tramite il quale non sono gli uomini a punirsi tra loro per i propri peccati, ma le circostanze da sole provvedono a bilanciare giustizia ed ingiustizia. Quella che ci viene presentata è quindi una società che apparentemente non è ancora stata contaminata dalla malizia e dal dubbio (si scoprirà poi che in passato già un evento aveva fatto entrare qualcuno di questi "demoni") e che si potrebbe quindi definire quasi pura. I personaggi sono molto diversi, e differente è anche il modo in cui vengono descritti e presentati: la maestra e il calzolaio non hanno un nome, vengono semplicemente chiamati "maestra" e "calzolaio" e nemmeno vengono descritti fisicamente in modo dettagliato: della prima viene detto semplicemente che ha l'aspetto che dovrebbe avere una maestra, che non si può dire se sia bella o brutta, simpatica o antipatica; del secondo ci viene invece descritta soprattutto la costituzione robusta e il suo avere le gambe corte. Helga, la proprietaria della locanda, viene invece descritta in modo più approfondito (la sua storia, il suo modo di camminare, il rapporto con il figlio idrocefalico), idem come il signor Allan, del quale viene descritto l'aspetto fisico, il modo di fare e viene fatta spesso allusione ai suoi scopi. Anche ciò che essi rappresentano è molto diverso. Per quanto riguarda il calzolaio e il signor Allen è abbastanza semplice: i due sono rispettivamente il bene e il male o, per meglio dire, coloro che cercano di tirare fuori il bene o il male dagli abitanti; il calzolaio in modo lento e paziente, il signor Allen (che viene spesso paragonato ad un serpente, e nello specifico al serpente tentatore della Genesi) invece li irretisce, semina il dubbio, la malizia e l'ostilità nei confronti del calzolaio, sfruttando proprio quella predisposizione umana alla malvagità: solo su un terreno fertile, infatti, i semi attecchiscono.
La maestra è il personaggio più enigmatico e quella che mi ha creato più problemi di interpretazione: in alcuni aspetti è vicina al calzolaio (nel suo modo di "fregare" affettuosamente gli ingenui compaesani per il loro bene e nel rapporto intimo che si crea tra i due), ma all'arrivo del signor Allan ne diventa succube e non solo accetta di essere sfruttata da lui, ma collabora con lui contribuendo alla sua opera di "distruzione" del calzolaio, pur mantenendo sempre un atteggiamento equivoco e insicuro. Credo che probabilmente la maestra rappresenti l'essere umano, perennemente in bilico tra il bene e il male ed in costante lotta con sé stesso. La conclusione, poi, è solo il culmine di un percorso, perché durante tutta la narrazione vengono disseminate riflessioni che lasciano intuire perfettamente e fin dall'inizio che le cose andranno in un determinato modo. Per lo meno, anche qui prevarrà quell'equilibrio naturale e perfetto di parlavo all'inizio, e che regola gli avvenimenti in quel remoto villaggio. Un pregio, infine, che ho riscontrato in questo romanzo e che non capita spesso ormai di incontrare, è che non ci sono parole inutili: ogni espressione, ogni frase è necessaria ai fini del racconto. Per questo il romanzo è così breve, ma talmente intenso che è difficile da dimenticare.

[...] la malvagità non fu portata sulla terra da un serpente; il serpente si insinuò nel giardino dell'Eden e indusse l'uomo a tirar fuori i suoi istinti innati.
In seguito nessuno seppe spiegare esattamente che cos'era accaduto. L'uomo non aveva invitato nessuno a ballare, eppure una ragazza si era staccata improvvisamente dal cerchio muovendoglisi incontro; con la passività di un pianeta, era scivolata sotto l'influsso della sua forza attrattiva e aveva cominciato a girare in tondo nella sua orbita fino a cadere nell'oblio. Avanti il prossimo.
In chi un giorno ha amato invano, l'amore non muore mai. Può rattrappirsi e deformarsi, allo stesso modo in cui due gambe possono rattrappirsi e perdere la loro lunghezza naturale. Può cambiare aspetto e aumentare o diminuire d'intensità. Ma chi ha amato al di sotto della propria dignità, mortificherà sempre i propri moti di tenerezza. E chi un giorno si è bruciato valutando un gioiello falso, guarderà eternamente con diffidenza tutto ciò che è genuino e buono.

lunedì 7 novembre 2011

Le voci di Nike

Autore: Silvia M. Damiani
Anno di pubblicazione: 2010
Editore: ExCogita Editore
Pagine: 136

Iniziato il: 28 ottobre 2011
Terminato il: 07 novembre 2011
Valutazione: ★★ e mezzo
La vecchia camminava da tempo immemorabile.
"Un colpo secco, null'altro."
I piedi nudi accarezzavano l'erba profumata, ma il suo corpo non pareva nemmeno accorgersene: con la schiena curva, i capelli spenti e la pelle avvizzita, la donna dava l'impressione di portare sulle spalle una stanchezza inumana; aveva gli arti intorpiditi dal freddo, eppure continuava a camminare, guidata solamente dall'inerzia dei propri passi.
(incipit)
Trama: 
In un’atmosfera goticheggiante fuori da ogni tempo, la principessa Nike fugge gli aguzzini del principe Nabil, nemico e traditore, inseguita da un canto – a lei familiare e alieno insieme – trasportato dal vento. Avvolta da una spirale di incantesimi, voci e volti seducenti, che sembrano emergere da un passato dimenticato, la protagonista dovrà trovare in sé il potere per salvare, una volta per tutte, l’amore che le è stato violentemente sottratto da una volontà superiore.
“Sei nodi, uno per ogni senso, l’ultimo per il cuore”: l’intrecciarsi e il riflettersi della narrazione, condotta con originale maestria da questa giovane autrice, avvinceranno il lettore a un romanzo fantastico, lontano dai cliché del genere.

 (dal retro di copertina)

Commento:
Niente da fare, purtroppo tra me e questo libro è stata una lotta. Mi dispiace tantissimo, perché sono sempre felice quando, tramite le diverse catene di lettura a cui partecipo, scopro bellissime storie scritte da autori poco conosciuti, ma purtroppo questa volta non è scattata la scintilla: l'autrice in realtà scrive bene, si vede che c'è stato del lavoro dietro a questo racconto, il libro non è scritto tanto per fare. Il problema fondamentale è che secondo me è davvero troppo, troppo ingarbugliato: a me generalmente piace molto l'espediente di lasciar comprendere solo alla fine il vero significato di tutti gli elementi della storia e apprezzo anche gli slittamenti temporali, ma nel caso di questo racconto, per i miei gusti ci sono troppi giri.
Indubbiamente non è facile riuscire a scrivere un romanzo non lineare: bisogna avere perfettamente in testa tutta la trama e riuscire poi a smembrarla sparpagliando i vari tasselli attraverso le pagine e lo sforzo dell'autrice è da riconoscere, però non posso nascondere che la sovrabbondanza di parti apparentemente slegate tra loro, invece che catturarmi ha provocato l'effetto opposto e mi ha tenuta a distanza. Inoltre i personaggi sono rimasti lontani da me durante tutta la lettura: erano là, sullo sfondo, li vedevo sfocati e facevo fatica ad inquadrarli. L'unica che mi ha provocato qualche emozione è stata la protagonista, ma solo perché era talmente inerte da esasperarmi: cadeva in continuazione e ogni volta mi innervosiva.
Ciò che senza dubbio è stato reso alla perfezione è l'atmosfera ovattata perfetta per una fiaba, in cui sembra di essere immersi in un sogno senza tempo, dove ogni tanto appaiono immagini che poi scompaiono e in cui i pezzi si mescolano lasciando un senso di disorientamento. In generale, dal punto di vista dello stile, la scrittrice è stata molto brava, su questo non c'è dubbio. La questione è che non è riuscita ad avvinghiarmi e dopo un po' ho iniziato ad arrancare davvero con fatica. Ho voluto comunque sforzarmi di portare a termine la lettura perchè non mi sembrava giusto lasciarla a metà, dato che l'autrice è stata così gentile da mettere a nostra disposizione gratuitamente il suo lavoro, e come minimo meritava la lettura completa.

domenica 6 novembre 2011

La morte nel villaggio

sfide: generi letterari, bersaglio, percorsi di senso, mistero

Titolo originale: Murder at the Vicarage
Autore: Agatha Christie
Anno di pubblicazione: 1980
Editore: Mondadori
Pagine: 195

Iniziato il: 05 novembre 2011
Terminato il: 06 novembre 2011
Valutazione: ★★★★
Non è tanto facile sapere con precisione da che parte cominciare questo racconto, ma ho fissato la mia scelta su un certo mercoledì all'ora della colazione in canonica. Benchè la nostra conversazione di quel giorno non avesse in fondo nulla a che fare con quanto mi accingo a scrivere, pure qualcuna delle frasi pronunciate ebbe più tardi una certa importanza sugli avvenimenti che sto per narrare.
(incipit)
Trama: 
La tranquillità del villaggio di St. Mary Mead viene scossa dall'omicidio del colonnello Protheroe, un uomo burbero e poco simpatico, ucciso da un colpo di rivoltella nella biblioteca del vicariato. Sembra inizialmente un caso di facile soluzione per l'ispettore Slack, ma una serie di eventi curiosi e di contraddizioni lo trasformano in un vero e proprio enigma che solo l'acuta Miss Marple riuscirà a risolvere.

Commento:
Il mio primo romanzo di Agatha Christie; complici alcune sfide di anobii, sono finalmente riuscita a leggere un giallo di questa grandissima signora del mistero e ne sono rimasta soddisfattissima, come prevedevo. Io non sono, infatti, un'amante di storie truculente o angoscianti: ho provato una volta a leggere un romanzo di Patricia Cornwell, mi pare fosse Calliphora (mia mamma è una grande fan di Kay Scarpetta), ma mi ha messo addosso talmente tanta ansia che ho deciso di cambiare genere. Se non mi piace che il narratore si soffermi troppo su dettagli macabri e sanguinosi, o mi faccia morire di paura mentre l'assassino zompa all'improvviso alle spalle del protagonista, adoro invece gli enigmi e cercare di risolverli insieme al detective di turno; per questo preferisco provare con i gialli "classici", al centro dei quali non c'è la mente malata di un serial killer che poi mi aspetto di ritrovarmi nascosto dietro ai cespugli sotto casa, ma un puzzle ben congegnato che va risolto mettendo insieme tutti i pezzi sparsi nel racconto. In questo mio primo tentativo ho fallito miseramente: sono cascata in pieno nel tentativo di depistaggio organizzato dal colpevole e sono costretta ad ammettere che avrei mandato in prigione un innocente. Meno male che Miss Marple è molto più sveglia di me.

Il romanzo è narrato in prima persona dal vicario di St. Mary Mead, Leonard Clement, il quale, dopo aver scoperto il cadavere del colonnello Protheroe nella sua biblioteca, inizia a giocare al detective, grazie anche al fatto che la maggior parte degli abitanti del villaggio preferiscono rivolgersi a lui piuttosto che alla polizia per rivelare informazioni. Miss Marple è una delle vecchiette un po' pettegole che animano il paese; a differenza delle sue compagne, però, è una grande osservatrice e possiede una mente molto acuta, oltre alla straordinaria prerogativa di trovarsi sempre nel posto giusto al momento giusto. Ad essere sincera, mi aspettavo che a narrare la vicenda fosse Miss Marple, o per lo meno che facesse parte dei personaggi principali; l'anziana signora, invece, compare solo ogni tanto all'interno del racconto per insinuare qualche dubbio e riportarci sulla retta via, e fa poi il suo ingresso trionfale nella scena finale nella quale rivela l'identità dell'assassino, la dinamica del delitto e il percorso che l'ha condotta verso la soluzione. Spero che nelle sue avventure successive sia un po' più presente, perchè è una figura che mi incuriosisce molto e mi piacerebbe conoscerla meglio.

Miss Marple è una vecchietta coi capelli bianchi e dai modi sempre molto timidi e mansueti. La signorina Wetherby è un misto di miele e di aceto. Miss Marple è certamente la più pericolosa delle due.
"La famosa intuizione di cui si fa un gran parlare, sta in fondo tutta qui. Intuire significa in realtà leggere una parola senza bisogno di compitarla. I bambini non ci riescono perchè mancano di esercizio, ma i grandi riconoscono subito la parola, per averla vista molte volte nel corso della loro vita."
(Miss Marple)