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lunedì 12 gennaio 2015

Recensione: The Giver - il donatore

(The Giver)
di Lois Lowry

Serie: The Giver Quartet, #1
Formato: Hardcover, 249 pagine
Editore: Giunti, 2010
Genere: Romanzo, Fantascienza/Distopico
Lettura n.: 02/2015
Preso da: Biblioteca
Inizio lettura: 10 gennaio 2015
Fine lettura: 10 gennaio 2015
Ambientazione: La Comunità
Pubblicato: 1993
Links: aNobii, Goodreads
Voto: 8.5/10
Era quasi dicembre e Jonas aveva paura. No, si corresse tra sé, non era quello il termine esatto. Paura indicava l’angosciosa sensazione che stesse per accadere qualcosa di terribile. Paura era l’emozione provata un anno prima, quando, per ben due volte, un aereo non identificato aveva sorvolato la Comunità. Una rapida occhiata al cielo e Jonas aveva visto sfrecciare un aereo elegante, quasi una sagoma indistinta data l’alta velocità, seguita un istante dopo da un boato; poi di nuovo, in un attimo, dalla direzione opposta, ecco ripassare lo stesso aereo.
Lì per lì ne era rimasto affascinato. Non aveva mai visto un aereo da vicino, perché andava contro le regole dei Piloti sorvolare la Comunità. Di tanto in tanto, quando gli aerei da trasporto merci scaricavano le provviste sul campo d’atterraggio di là dal fiume, i bambini andavano in bici fin sulla riva e restavano a fissarli incuriositi, finché quelli non decollavano in direzione ovest, allontanandosi dalla Comunità.
Ma l’aereo di un anno prima, quello sì che l’aveva colpito: non un panciuto aereo da carico, ma uno snello, aguzzo velivolo monoposto. Guardandosi attorno in preda all’ansia, Jonas aveva visto adulti e bambini interrompere le loro occupazioni e aspettare confusi una spiegazione che chiarisse l’origine di quell’evento tanto inquietante.
incipit
Commento
Innanzitutto, vogliamo parlare di quanto è bella la copertina di questo libro? Ogni volta che lo prendevo in mano, ogni volta che lo appoggiavo e anche ogni tanto durante la lettura lo chiudevo e mi mettevo ad osservarla. E' una cosa che mi capita di fare spesso quando mi trovo davanti ad immagini particolarmente evocative o centrate con la storia: mi piace guardarle e fantasticare su quello che sto leggendo.

"The Giver" è la storia di Jonas, un ragazzo di undici anni che vive in una società apparentemente perfetta: non esistono malattie, non esiste dolore, non esiste morte, non esiste sofferenza. La vita di ogni individuo è ben definita da tappe fondamentali che sono uguali per tutti: la nascita, l'assegnazione ad un nucleo familiare, la crescita scandita dai passaggi di età, durante ciascuno dei quali si acquisiscono diritti e doveri ben precisi fino al compimento dei Dodici anni quando, con l'assegnazione di una carriera, si entra nell'età adulta dove gli anni non sono più contati. E' proprio in occasione della Cerimonia dei Dodici che la vita di Jonas cambia completamente.

Il mondo di Jonas è un mondo senza differenze, senza possibilità di fare scelte, in cui ogni individuo è abituato fin dalla nascita ad uniformarsi al modello sociale imposto dalle leggi della Comunità, che sono estremamente rigide. E' di certo un mondo sicuro, in cui non esistono l'invidia, la crudeltà, la vanità, la brama di potere, l'egoismo e tutte quelle caratteristiche tipiche dell'uomo che hanno la facoltà di trascinarlo verso un abisso di sofferenza, se non per sé, sicuramente per ciò che lo circonda. Allo stesso tempo però è un mondo privo di emozioni, in cui le Pulsioni vengono annullate chimicamente tramite una pillola che le persone ingoiano tutti i giorni per tutta la loro vita ed è, come scoprirà ben presto Jonas, privo di colori.

L'atmosfera che si respira leggendo il romanzo, specialmente le parti ambientate nella Comunità e che ne descrivono le consuetudini e le regole, è molto angosciante: si percepisce la monodimensionalità di questo modo di vivere rigido, schematico. Il motivo dell'ansia risiede principalmente nel fatto che questa "disciplina" non viene portata nella Comunità con la forza ma sono gli stessi abitanti a mantenerla così. In una comunità del genere non esiste ribellione perché da quando si nasce ciascuno viene plasmato dalla società e portato ad uniformarvisi: è solo la scoperta di cosa c'era prima (o cosa c'è fuori, questo non si è ancora capito bene) che porta Jonas a domandarsi se la sicurezza e l'assenza di sofferenza valgono la rinuncia ad ogni emozione.

Lo stile dell'autrice è semplice e lineare: si percepisce che è un libro pensato per i ragazzini (penso che l'età di lettura consigliata sia tra i 10 e i 13 anni) ma questo non lo fa cadere nella banalità, anzi! Ci sono scene molto forti dal punto di vista emotivo e comunque è un romanzo che tira in ballo argomenti come l'eutanasia e l'infanticidio che vengono affrontati in modo esplicito.

Questo romanzo è il primo di una quadrilogia (che senza dubbio andrò avanti a leggere, spero prima di dimenticarmi completamente la storia) e quest'inverno è uscita la trasposizione cinematografica che io ho visto e che, a lettura avvenuta, posso confermare essere davvero ben fatta; certo, nel film hanno dovuto per forza di cose inserire alcune modifiche che permettessero delle sequenze di maggior azione rispetto a quelle del romanzo, però non disturbano l'atmosfera generale che è davvero molto fedele a quella realizzata dalla Lowry.
All'improvviso un pensiero nuovo, spaventoso, lo folgorò. E se gli altri - gli adulti - avessero, una volta diventati Dodici, ricevuto nelle loro istruzioni lo stesso terribile ordine? E se tutti avessero avuto quell'istruzione: Puoi mentire.
Ora, autorizzato a fare le domande più inopportune e a pretendere delle risposte, avrebbe potuto chiedere a chiunque, a un adulto o a suo padre, per esempio "Dici bugie?".
Ma non avrebbe mai avuto modo di sapere se la risposta ottenuta fosse sincera.
Lois Lowry
Tanto e tanto e tanto tempo fa, gli uomini fecero una scelta: scelsero di passare all'uniformità. Rinunciarono ai colori, così come al sole e alla neve e a tutte le altre differenze. Abbiamo acquisito il controllo di molte cose, ma ne abbiamo perse altrettante.
Il Donatore
Sfide: Gioco dell'OSA, Mini Recensioni, GRI Reading Challenge, Sfida dei Buoni Propositi, Sfida della trasposizione, Sfida extralarge, Sfida infinita, Sfida tutti diversi, La listona

venerdì 6 luglio 2012

[Lettura #20/2012] Pomodori verdi fritti al Caffè di Whistle Stop

Fried Green Tomatoes at the Whistle Stop Cafe
di Fannie Flagg
Paperback, 364 pagine, Sonzogno 1987/2000
Il Caffè di Whistle Stop ha aperto la settimana scorsa, proprio di fianco a me alla posta, e le proprietarie, Idgie Threadgoode e Ruth Jamison, affermano che fin dal primo giorno gli affari sono andati a gonfie vele. Idgie dice che la gente non deve aver paura di restare avvelenata, perché non è lei che cucina ma due donne di colore, Sipsey e Onzell, mentre al barbecue c’è Big George, il marito di Onzell.incipit
Trama: Evelyn, una donna infelice e molto complessata, incontra in un ospizio Virginia, una vecchietta originale che le racconta una storia di tanti anni prima. Quella del Caffé di Whistle Stop, aperto in Alabama da una singolare coppia al femminile, la dolce Ruth e la temeraria Idgie, e frequentato da stravaganti sognatori, uomini di colore, poetici banditi e vittime della Grande Depressione. La movimentata vicenda di due donne, coinvolte loro malgrado in un omicidio, e la loro tenacia nello sconfiggere le avversità, ridanno a Evelyn la fiducia e la forza necessarie per affrontare le difficoltà dell'esistenza.

Commento personale: Probabilmente il libro con il titolo più lungo tra quelli letti fino ad ora, un altro del gruppo di quelli rubacchiati alla nonna (prima o poi dovrò restituirglieli) e un romanzo BEL-LIS-SI-MO. Davvero, in questo romanzo c’è tutto ciò che di cui mi piace leggere: la storia di una famiglia (allargata), tanti personaggi davvero speciali e poi tenerezza, tristezza, dolore, amore, amicizia, gioia, rabbia; insomma, tutto.

La storia si svolge in due epoche distinte (altra tecnica che mi piace moltissimo): una è il presente dell’aziana Virginia Threadgoode (detta Ninny), ricoverata in una casa di cura, e di Evelyn, una donna senza stima di sé che si reca nella stessa struttura insieme al marito per trovare la suocera. L’altra è il passato dei ricordi di Ninny, che racconta a Evelyn la storia del suo quartiere e della sua famiglia. Così ci ritroviamo a rimbalzare tra un presente in cui Evelyn inizia lentamente a prendere coscienza del suo valore come persona e come donna e un passato pittoresco, divertente e a volte anche molto doloroso ambientato in Alabama in un periodo che oscilla tra gli anni ’30 e gli anni ’50. Inoltre anche nelle due epoche i narratori cambiano molte volte, così da farci vedere la storia da tanti punti di vista diversi, facendo quadrare il tutto.

Nel romanzo vengono trattati moltissimi temi anche dolorosi, ma quello che sicuramente spicca per l’importanza che assume all’interno del racconto è il razzismo, dominante in quel periodo della storia americana. Nonostante la gravità di questi argomenti, il romanzo riesce sempre a mantenere un tono leggero e ironico che stempera anche gli episodi più drammatici e un clima di serenità.

I personaggi, come in tutti i bei libri che si rispettino, sono il fulcro del romanzo, sono ciò che rende impossibile staccarsi dalle sue pagine e non rimanere affascinati insieme ad Evelyn dal piccolo ma frizzante mondo che è Whistle Stop. Le vere e proprie protagoniste sono Idgie e Ruth, due donne legate da un amore profondo l’una per l’altra, ma sono circondate da un ventaglio infinito di personaggi, tutti uniti dal Caffè che le due donne dirigono con successo e che sfama non solo gli avventori paganti, ma anche tutti vagabondi che passano di lì cercando un lavoro e un piatto caldo.

Tra i vari narratori che si alternano nel romanzo una menzione particolare devo farla per il giornale della signora Weems: non c’era un bollettino che non mi facesse morire dal ridere, troppo forte. Per il resto la mia narratrice preferita è rimasta sempre Ninny, forse perché è la voce narrante principale e leggerla era come ascoltare una nonna che racconta la storia di un mondo che non c’è più.


Inizio lettura: 15 giugno 2012
Fine lettura: 22 giugno 2012

mercoledì 6 giugno 2012

Almost Blue [Ispettore Grazia Negro, #2]

Sfida del mistero reloaded

Autore: Carlo Lucarelli
Anno di pubblicazione: 1997
Editore: Einaudi
Pagine: 194

Iniziato il: 03 giugno 2012
Terminato il: 04 giugno 2012
Valutazione: ★★★★
Il primo carabiniere che entrò nella stanza scivolò sul sangue e cadde su un ginocchio. Il secondo si arrestò sulla soglia come sul bordo di una buca, agitando le braccia aperte, per lo slancio.
Madonna Santa! urlò, serrando le guance tra le mani, poi si voltò e corse nel pianerottolo e giù per le scale e oltre la porta e fuori, nel cortile del palazzo, dove si aggrappò al cofano della Punto bianca e nera e si piegò in avanti, spezzato in due da un conato violento.
(incipit)


Prima di esserne “costretta” dalla sfida del mistero non avevo mai letto un romanzo noir e non avevo nemmeno ben chiaro quale fosse la differenza tra questo genere e il classico giallo; avevo anzi il pregiudizio, dimostratosi del tutto infondato, che il noir dovesse per forza contenere una violenza più esplicita e magari essere anche un po’ più “splatter”. Fortunatamente non è stato così, anzi ho scoperto un romanzo avvincente, quasi poetico (quando la voce narrante è Simone) e molto introspettivo.

La storia è narrata da tre punti di vista: quello di Grazia, un’investigatrice che sta indagando su una serie di omicidi, Simone, un ragazzo cieco che l’aiuta nelle indagini e l’Iguana, il serial killer che uccide gli studenti universitari a Bologna. Non voglio svelare nulla della trama perché merita davvero di essere goduta senza alcun tipo di anticipazione, mentre devo assolutamente dire quanto Lucarelli mi abbia stregata con la sua abilità di scrittore: gli omicidi sono efferati ma non vengono mai descritti in modo cruento o dettagliato, l’identità dell’assassino è rivelata fin da subito ma la suspance è prolungata per tutta la lettura; la sua capacità di parlare di due mondi così “astratti” come possono essere quello di una persona cieca e di un malato di mente è incredibile e se i capitoli narrati dal punto di vista dell’Iguana erano inquietanti e completamente neri, quelli raccontati da Simone sono vividi, pieni di colori anche se i suoi hanno un senso totalmente diverso dal nostro. Infine la descrizione che fa dei Bologna è cupa e ammaliante: la città avvolge il lettore nelle spire delle sue strade, vicoli, portici e giardini e la sua presenza si sente viva e forte per tutta la durata del romanzo.

Da non dimenticare, il Jazz: verso metà libro ho avuto la brillante idea di proseguire la lettura con “Almost Blue” di Chet Baker, canzone che dà il titolo al romanzo e che ne è sottofondo naturale. Il risultato è stato pazzesco, avevo quasi la pelle d’oca. Inutile dire che approfondirò senza dubbio la bibliografia di questo autore.
Improvvisamente la sento.
Non me l’aspettavo ma la sento, annunciata da un raschiare sottile che vibra viola nell’aria in un momento strano di silenzio.
Almost Blue.
E il sax che la inizia. Un assolo che arriva dal nulla, quando ormai mi ero dimenticato che ci fosse, lento e discreto come un sussurro. Subito dopo ecco la tromba, lenta anche lei e discreta, soffiata dentro il sax che ci si avvolge attorno come la carta in un regalo, un regalo blu, denso e rotondo come una palla di gomma da tenere in mano.

martedì 15 maggio 2012

I Buddenbrook

sfida: alfabeto, infinita, mattonazzi, premi nobel, salva-comodino, obiettivo 2012, incrociata

Titolo originale: Buddenbrooks - Verfall einer Familie
Autore: Thomas Mann
Anno di pubblicazione: 2006
Editore: Einaudi
Pagine: 692

Iniziato il: 04 febbraio 2012
Terminato il: 16 maggio 2012
Valutazione:★★★★
- Com'è...? com'è...?
- Eh, diavolo, c'est la question, ma très chère demoiselle!
La moglie del console Buddenbrook, seduta accanto alla suocera sul sofà rettilineo laccato di bianco e adorno di una testa di leone dorata, con i cuscini ricoperti di stoffa giallochiara, gettò uno sguardo al marito nella poltrona al suo fianco e venne in aiuto della figlioletta, che il nonno teneva sulle ginocchia, presso la finestra.
(incipit)


Di seguito i commenti alle singole parti del gdl
(clicca sui titoli per leggere il contenuto)

I Tappa - Parte 1, Parte 2
Il romanzo inizia trasportando il lettore a casa della famiglia Buddenbrook, i cui membri si stanno per riunire per una cena alla quale sono invitati anche alcuni amici intimi. L'atmosfera è rilassata e serena, e Mann ci permette di guardarci attorno ammirando il prezioso arredamento e osservando meglio gli abitanti di quella casa: vi sono il console Johann Buddenbrook e la moglie Elisabeth, i genitori di lui, il vecchio Johann Buddenbrook e Madame Antoinette e la piccola di casa, Antonie, detta Tony. In questa occasione ci vengono inoltre presentate la governante Ida Jungmann e Klothilde, una nipote del vecchio Johann Buddenbrook che veniva educata in casa dei parenti in quanto proveniva da un ramo povero della famiglia. Giunta l'ora di cena, si uniscono alla compagnia anche i due figli maschi del console e della consolessa, Thomas e Christian, e i suoceri, i Kroger, oltre ad alcuni amici di famiglia. Tutta la prima parte è dedicata alla descrizione di questa cena, ai discorsi, alle battute, il tutto in un'atmosfera di serenità e allegria. L'unica nota stonata è una lettera che a fine cena il console presenta al padre, tramite la quale veniamo a sapere dell'esistenza di un altro figlio del vecchio Buddenbrook, Gotthold, con il quale però il padre ha dei forti contrasti, apparentemente a causa della decisione di Gotthold di aprire un negozio e che per questo è stato completamente escluso da qualsiasi diritto a rivendicare un'eredità. Anche se in questa prima parte non accade nulla di particolare, il romanzo mi ha catturata immediatamente, probabilmente grazie alle efficacissime descrizioni di cui Mann riempie le pagine: mi sembrava davvero di essere a tavola con i Buddenbrook e di mangiare insieme a loro tanto che, avendo iniziato a leggere poco prima di cena, mi è anche venuta una gran fame.

Nella seconda parte scopriamo che i Buddenbrook possiedono un diario nel quale da generazioni ogni discendente annota gli eventi importanti per la famiglia. Proprio dalla lettura che il console fa di questo diario veniamo a sapere che dietro all'ostilita di Johann Buddenbrook senior nei confronti del figlio maggiore Gotthold si nasconde un motivo ben più profondo di un matrimonio non approvato: la madre di Gotthold, prima e amatissima moglie di Johan Buddenbrook padre, è morta infatti dando alla luce il bambino che fin dal primo momento è stato visto con odio dal padre. A dire la verità, sono rimasta un po' perplessa per quanto riguarda il rapporto tra i due fratelli perché non capisco come mai il console Buddenbrook, che esprime la sua perplessità di fronte al comportamento del padre, decida comunque di appoggiarlo nella sua decisione di non fornire a G. l'indennizzo che chiede. A parte queste questioni economiche, in questa parte si susseguono parecchi avvenimenti: prima la nascita della piccola Klara, figlia del console e della consolessa, seguita poi dalla morte di entrambi i genitori Buddenbrook e dal riappacificamento dei rapporti tra i fratelli, per finire con l'ingresso di Thomas nell'azienda di famiglia. Impariamo anche a conoscere meglio il carattere dei vari personaggi, soprattutto quello di Tony che diventa sempre più insopportabile con il suo atteggiamento superiore, ma Mann ci riserva anche dei momenti divertenti, come la discussione tra i coniugi Buddenbrook a proposito dell'assunzione di un nuovo domestico e le marachelle di Christian a scuola.
"Maurizio di Sassonia/la Pompadour beata/portava un giorno a spasso/nella carrozza aurata./Frèlon vide la coppia;/ridendo li guardò./«Ecco del re la spada/...e il fodero, osservò.»"
Il console salì al suo appartamento e il vecchio scese, brancolando lungo la ringhiera, al piano ammezzato. Poi l'ampia vecchia casa si rinchiuse nelle tenebre e nel silenzio. Orgogli, speranze e timori s'acquetarono, mentre fuori nelle strade deserte la pioggia scrosciava e il vento d'autunno fischiava intorno agli spigoli e ai frontoni.
Si dica ciò che si vuole, ma è piacevole svegliarsi al mattino in una camera spaziosa tappezzata di stoffa chiara e col primo gesto della mano sfiorare una pesante trapunta di raso; e chi non godrebbe di vedersi servire alla prima colazione, nella stanza che dà sul terrazzo, mentre l'aria mattutina entra dal giardino per la vetrata aperta, una tazza di cioccolata invece del solito tè o caffè , una vera cioccolata da compleanno con una grossa fetta di foccacia fresca?
Andava per la città come una piccola regina che si riservi il diritto d'essere crudele o benigna, secondo il gusto e l'umore. (Tony)


II Tappa - Parte 3
Che bella questa terza parte! Mi è piaciuta moltissimo, anche se mi ha contemporaneamente fatto arrabbiare e in alcuni momenti ho addirittura dovuto resistere all'impulso di chiudere il libro e gettarlo via dal nervoso.
Inizialmente Tony mi ha fatto una gran pena, assediata com'era da ogni lato, addirittura da quel fetente di prete che fa una predica su misura apposta per farla decidere a sposare Grünlich, costretta a sentirsi in colpa per non voler sposare non solo un uomo che non ama, ma addirittura uno che disprezza, un insignificante, falso, lecchino con le basette probabilmente tinte. Infine, dopo un fugace innamoramento per un giovane studente conosciuto in vacanza, decide di adeguarsi al suo ruolo di figlia di borghesi con l'obbligo morale di contribuire al prosperare della ditta di famiglia. Ciò che mi ha fatto arrabbiare della scelta di Tony è stato che nel momento in cui posa la penna col la quale ha registrato la sua decisione sul diario di famiglia, lei cancella qualsiasi opposizione della sua mente a quel matrimonio e si fa anzi prendere dall'entusiasmo per i preparativi della cerimonia, l'acquisto del corredo e le fantasie sulla sua futura agiatezza. So di sbagliare, ma dopo aver letto Anna Karénina, avendo ancora in mente questa donna appassionata che vuole vivere i propri sentimenti, non riesco ad accettare il comportamento di Tony senza soffrirne (lei sceglie il matrimonio di convenienza a mente lucida, Anna era invece convinta di amare Karénin finché non ha conosciuto Vronskij). Il mio lato romantico ha sperato che alla fine Tony si sarebbe rifiutata definitivamente di sposare Grünlich, ma il mio lato romantico non aveva compreso il ruolo di Tony in questo romanzo, che con il suo comportamento incarna la vera essenza della famiglia e non avrebbe mai agito altrimenti.
Resta il fatto che ho un pessimo presentimento su Grünlich, perchè il suo comportamente è molto sospetto: le tenta davvero tutte pur di agguantare quel "si", e la sua improvvisa comparsa dagli Schwarzkopf dove Tony sta trascorrendo le vacanze, sembra quasi il gesto di un uomo preso dall'angoscia che si rende conto che il suo futuro gli sta sfuggendo di mano (perchè se fosse stato davvero innamorato di Tony avrebbe parlato con lei, non con i genitori di Morten). Questa mia sensazione è aggravata dal fatto che appena riesce ad ottenere il matrimonio, scompaiono improvvisamente tutte le manifestazioni d'amore e devozione nei confronti della moglie.
Alla fine della parte ci viene rivelato che anche Tom ha una relazione con una ragazza di origini modeste che lavora in un negozio di fiori, e il ragazzo compie la stessa scelta della sorella separandosi dalla fioraia prima della sua partenza per il tirocinio ad Amsterdam.
Se dice di si, avrà trovato il suo posto, si sistemerà per benino, come piace a lei, e dopo un giorno o due amerà suo marito... Grünlich non è una bellezza, mio Dio, no di certo... ma tuttavia è presentabilissimo, e in fin dei conti non si può pretendere un corvo bianco, se mi passi quest'espressione!... Se vuole aspettare che si presenti uno che sia un Apollo e insieme un buon partito... be', faccia pure!
(Johann Buddenbrook alla moglie)
Tacquero a lungo, mentre il mare innalzava verso di loro la sua voce, grave, tranquilla... e a Tony parve improvvisamente di trovarsi unita con Morten in una grande, imprecisa, presaga e nostalgica comprensione di quello che significhi "libertà".


III Tappa - Parte 4
Ecco che con la parte IV la Storia entra per la prima volta nella vita dei Buddenbrook nella veste di una rivoluzione cittadina nel 1848. Purtroppo (per il popolo), questi tumulti vengono risolti senza troppi problemi da un energico Johann Buddenbrook che, dopo alcune ore di paura per i nobili e i ricchi borghesi, riesce a calmare la folla, con l'unico effetto collaterale della morte di Lebrecht Kröger, padre di Elizabeth, per un probabile infarto dovuto all'indignazione per la mancanza di rispetto dimostrata dal popolo verso la nobiltà.
Alcuni mesi dopo questi avvenimenti, invece, ecco che accade proprio quello che mi aspettavo: gli apparentemente fiorenti affari di Grünlich sono in realtà un inganno, un'illusione creata apposta per indurre Johann Buddenbrook a concedergli in sposa la figlia con lo scopo di salvarsi dalla bancarotta. Ciò che il basettone non si aspetta è che il capofamiglia sfrutti la dedizione di Tony per la ditta e se la riporti a casa insieme alla figlioletta Erika, lasciandolo così solo ad affrontare il suo fallimento.
Nonostante io creda che questo non sia il modo migliore per rimediare all'errore di aver fatto sposare Tony contro la sua volontà, non posso non pensare al fatto che Grünlich fosse completamente in mala fede, di conseguenza posso dire che mi sarei comportata esattamente come il console Buddenbrook.
Restando sull'argomento Tony, questa ragazza è davvero inconsistente ed insipida oltre che, come lei spesso di definisce ipocritamente, oca.
L'ultimo capitolo è meraviglioso: la descrizione dell'atmosfera, del tempo, delle sensazioni delle persone accompagnano verso l'annuncio della morte di Johann Buddenbrook che, come tutti gli altri famigliari finora, scompare con la pioggia.
Il suo pronunciato senso della famiglia le rendeva quasi incomprensibili i concetti di libero arbitrio e di autodecisione, e le faceva constatare e ammettere le sue qualità con fatalistica indifferenza, senza distinguere e senza tentar di correggersi. Inconsapevolmente, ella era convinta che ogni qualità, buona o cattiva, fosse un retaggio, una tradizione di famiglia, e pertanto una cosa da venerare e in ogni caso da rispettare.


IV Tappa - Parte 5
La parte V si apre con la riunione di famiglia indetta per la lettura del testamento di Johann Buddenbrook alla quale partecipano il figlio Tom, la moglie Betsy, nominata erede universale, la figlia Tony, che come sempre dimostra la sua enorme stupidità con i suoi interventi fuori luogo, il signor Marcus, nominato socio della ditta, e Justus Kröger, tutore di Klara.
Sei mesi dopo la morte del padre torna Christian, che si trovava a Valparaiso; pur essendo un po' bizzarro, soprattutto per i suoi continui cambiamenti d'umore, sembra piuttosto noioso e inconsistente. Christian sembra vivere in un mondo tutto suo, non è certo molto interessato agli affari di famiglia ma in realtà non sembra interessato a nulla; è proprio il classico svogliato e oltretutto si fa anche ridere dietro dai suoi compagni del circolo senza nemmeno rendersene conto. Intanto, alla morte dello zio Gotthold avvenuta pochi mesi dopo, Tom riceve la carica di regio console dei Paesi Bassi, come suo padre e, prima ancora, suo nonno.
Ben due sono i matrimoni che si preparano in questa V parte: quello di Klara con un pastore di Riga e quello di Tom con la ricchissima figlia di un commerciante di Amsterdam. Devo ammettere che non riesco proprio ad abituarmi alla freddezza calcolatrice con cui vengono combinati i matrimoni, è proprio come se fossero solo degli affari. In ogni caso, questi eventi portano un po' di gioia nella famiglia ultimamente provata dai lutti. L'unica che per ora è ancora insoddisfatta è Tony, che si annoia da morire e vorrebbe sposarsi di nuovo.
Tony posò la corona sul nome del padre, scritto di fresco sulla lastra in lettere dorate, e poi nonostante la neve s'inginocchiò sulla tomba a pregare in silenzio; il velo nero svolazzava lieve e l'ampia gonna le si allargava intorno in pieghe pittoresche. Dio solo sapeva quanto dolore e quanta fede, e d'altra parte quanta vanità di bella donna fossero in quell'abbandono.


V Tappa - Parte 6
Entra in scena un nuovo personaggio: Permaneder, un commerciante bavarese conosciuto da Tony durante un suo soggiorno a Monaco. La ragazza è letteralmente ossessionata dal voler riparare al danno commesso al buon nome della famiglia e della ditta con il suo primo matrimonio e ha intenzione di sposare quest'uomo buono ma talmente diverso nel modo di fare dagli abitanti di Lubecca da risultare ridicolo. Dopo una serie di tormenti notturni Tony prende la decisione definitiva e durante una gita in montagna viene combinato il matrimonio. Faccio davvero tanta fatica ad accettare le scelte di questa donna che non guarda alla propria felicità, anzi, la sua felicità viene realizzata facendo il bene della ditta, anche se ciò significa sacrificarsi al cento per cento.
Il matrimonio viene celebrato in modo semplice e discreto e la coppia parte immediatamente per Monaco. Purtroppo per Tony anche questo matrimonio è destinato ad una rapida fine: la goccia che fa traboccare il vaso e che spinge Tony a fuggire da una città noiosa, popolata da gente rozza per la quale il nome Buddenbrook non significa nulla e da un marito privo di ambizione è il tradimento da parte di Permaneder che una sera torna a casa ubriaco e salta addosso alla cameriera di fronte alla camera da letto della moglie.
Si ritorna così alla situazione iniziale, con Tony nuovamente sola con Erika (la bambina avuta con Permaneder muore pochi minuti dopo il parto) a casa con la madre.
«[...]Tom è un politico, e sa quel che vuole. Chi ha messo alla porta Christian? L'espressione è dura, Ida, ma la cosa sta proprio così. E perché? Perché comprometteva la ditta e la famiglia, e anch'io secondo lui faccio altrettanto, non con gli atti o con le parole, ma semplicemente col mio stato di donna divorziata. Egli vuole che questo cessi, e ha ragione; Dio sa che non gli voglio meno bene per ciò e spero che egli ricambi il mio affetto. [...]» (Tony Buddenbrook)


VI Tappa - Parte 7
Finalmente arriva il tanto sospirato erede Buddenbrook, figlio di Tom e Gerda: il bambino è piuttosto cagionevole ma, dopo aver rischiato la vita appena nato, cresce in modo abbastanza stabile (anche se viene continuamente ripetuto che il bambino "è un po' indietro"). Tony è estremamente orgogliosa del nipotino e la sua gioia aumenta a dismisura quando il fratello Tom viene nominato senatore.
Purtroppo la serenità della famiglia viene nuovamente minata da una serie di eventi: la morte di Klara, il passaggio della sua dote al marito contro il volere di Tom, il fallimento della ditta di Christian, la perdita di alcuni grossi affari e, contemporaneamente a tutto ciò, la grossa spesa sostenuta da Thomas per costruire una casa degna del suo rango di senatore. Tom diventa progressivamente più irrequieto, tanto da compromettere anche il suo lavoro. A peggiorare ancor più la situazione ci si mette anche una guerra (cercando su internet dovrebbe essere la Seconda guerra dello Schleswig, combattuta tra austroprussiani e danesi), che mette a dura prova la ditta Buddenbrook.
«[...]Che cos'è il successo? Una forza segreta e indefinibile, chiaroveggenza, prontezza, la convinzione di influire sui moti della vita col solo fatto della nostra esistenza... La fede nell'arrendevolezza della vita in nostro favore... Fortuna e successo sono in noi; bisogna tenerli saldamente, intimamente. Appena qui dentro qualcosa comincia a cedere, a rilassarsi, a stancarsi, tutto quello che è intorno a noi si svincola, si ribella, si sottrae al nostro influsso... Allora un colpo segue l'altro, batoste su batoste, e si è liquidati.[...]» (Thomas Buddenbrook parla con Tony)


VII Tappa - Parte 8
Questa parte è stata forse un po' troppo lunga e per dirlo io che amo le digressioni, le descrizioni precise, i dialoghi infiniti, vuol dire che è stato davvero un po' troppo. In questi capitoli succede un po' di tutto: Erika Grünlich si sposa - e la madre Tony, come sempre è la talmente protagonista da sostituirsi alla ragazza in tutto, dall'organizzazione del matrimonio a quella della casa degli sposi dove si trasferisce naturalmente anche lei (classico esempio di suocera ingombrante) -, Tom viene meno per la prima volta ai principi dell'azienda accettare di fare un prestito ad un amico di famiglia a interessi esagerati, la ditta festeggia l'anniversario dei cento anni. Veniamo inoltre a sapere qualcosa di più su Hanno, il figlio di Tom e Gerda, un bambino riservato, molto sensibile e con una salute estremamente delicata. Contrariamente ad desideri del padre, che vorrebbe fare di lui un vero Buddenbrook, Hanno ha preso dalla madre l'amore per la musica e il talento del bambino è davvero incredibile; purtroppo Tom non riesce a comprendere per nulla il figlio e insiste nel tentare di approcciarvisi nel modo che lui ritiene migliore: le uniche conversazioni sono sempre interrotte da delle vere e proprie interrogazioni del padre al figlio sull'attualità, sul commercio, sulla geografia, cosa questa che mette il bambino in estrema soggezione e non fa altro che renderlo ancora più chiuso.

Infine, dopo due lunghissimi capitoli incentrati uno sulla musica e l'altro sul Natale, la famiglia viene scossa dall'ennesima disgrazia: il marito di Erika viene accusato, processato e condannato a tre anni e mezzo di carcere per aver condotto alcuni affari sporchi e Tony si ritrova nuovamente sola con la figlia, senza casa e a dover dipendere dalla propria famiglia.
[...] e nel registro di famiglia scrisse con mano tremante di gioia il nome di Erika accanto a quello del direttore... ma era lei, lei Tony Buddenbrook, la vera sposa.
- Egli ne è degno, - affermò il signor Pfühl. - A volte lo guardo negli occhi... e vi leggo tante cose, ma le labbra le tiene chiuse. Più tardi nella vita, che forse gli farà tenere le labbra ancor più serrate, deve pur avere una possibilità di parlare... [Gerda e il maestro di musica parlano del talento musicale di Hanno]


VIII Tappa - Parte 9
I capitoli che compongono la nona parte sono quasi tutti incentrati sulla morte della vecchia consolessa Buddenbrook: la lunga agonia, la lettura del testamento, il funerale e infine la vendita della vecchia casa di famiglia. La parte è davvero molto breve, ma nonostante accada poco (anzi, forse proprio perché ci sono pochi avvenimenti) si respira davvero l'aria di una lenta caduta, del progressivo disfacimento della famiglia.
Ormai gli ultimi veri Buddenbrook rimasti sono Tom e Tony (Chistian, infatti, ha dimostrato da un pezzo di essere molto diverso), ma lo spirito di lui è sempre più depresso e frustrato, così che l'unica ancora piena dell'"orgoglio Buddenbrook" rimane sempre Tony.


IX Tappa - Parte 10
Il declino di Thomas Buddenbrook, già iniziato nei capitoli precedenti, è il fulcro di questa parte e la sua morte segna la morte dell'ultima speranza per la ditta Buddenbrook di risollevarsi: né Christian, incapace e ipocondriaco, né il piccolo Hanno, i cui interessi sono da tutt'altra parte, sono infatti in grado di portare avanti la ditta.

Hanno è il personaggio che tra tutti sento più vicino: i capitoli riguardanti le vacanze al mare in particolare non solo me lo hanno reso più simpatico, ma hanno suscitato in me ancora più tenerezza di prima, anche da piccola io provavo le stesse identiche sensazioni.

La morte di Tom arriva improvvisa e anche se spesso nelle pagine precedenti c'erano state diverse anticipazioni, proprio non me l'aspettavo.
Davvero, l'esistenza di Thomas Buddenbrook non era diversa da quella di un attore, un attore però la cui vita fin nei minimi e più triti particolari sia diventata un'unica produzione, una produzione che, eccettuati pochi brevi momenti di solitudine e di distensione, assorbe e logora continuamente tutte le forze..."



Commento conclusivo
Ho iniziato la lettura de I Buddenbrook con un gdl, spinta dal successo ottenuto con i due che avevo seguito precedentemente (Il conte di Montecristo e Anna Karénina); mi sono resa conto, infatti, che la lettura (e relativo commento) frazionata di un classico dà molta più soddisfazione di una tutta d’un fiato (soprattutto se le pagine sono tante e il fiato a volte tende a mancare). Purtroppo questa volta non sono riuscita a restare nei tempi stabiliti e sforato di parecchio, ma ho deciso di proseguire comunque seguendo le tappe stabilite.

Il romanzo mi è piaciuto molto, anche se mi ha lasciato un po’ di amaro in bocca, non tanto per la conclusione – facilmente immaginabile solo leggendo il sottotitolo del romanzo: “declino di una famiglia” – quanto per la completa mancanza di carisma dei personaggi. Non voglio fare intendere che questo sia un difetto, anzi, è perfettamente in linea con la trama, ma io amo i personaggi che si fanno largo attraverso le pagine, che mostrano forza di carattere, anche se non sempre in senso positivo. Qui invece di personaggi dominanti non ce ne sono né tra i protagonisti, né tra i secondari: Thomas inizia bene ma si spegne presto, Tony è stupida e vuota, Hanno, nonostante sia il personaggio che ho sentito più vicino a me, non è né tagliato per il futuro che gli si prospetta, né capace di ribellarsi e trovare la propria strada. Non parliamo poi di Christian e delle sue ridicole fissazioni.

Ciò che mi ha catturata è lo stile di Mann: ho amato le sue descrizioni non solo dei paesaggi, ma anche degli stati d’animo dei personaggi e delle loro passioni. Ho trovato incredibile il modo in cui si parla della musica nel capitolo su Gerda Buddenbrook e tutto il capitolo sul delirio filosofico/religioso di Thomas. Lo spostamento del punto di vista che si muove tra i tre protagonisti, Thomas, Tony e Hanno è estremamente coinvolgente e fa si che il lettore venga catapultato dentro nell’animo dei personaggi e si senta vicino a loro, riuscendo a comprendere perfino il più assurdo dei loro pensieri.

Dopo la lettura di questo caposaldo della letteratura tedesca il proposito è naturalmente quello di leggere altre opere di Mann, magari passando prima dai racconti per approdare solo tra un po’ all’inquietante (ma solo per la mole) Montagna Incantata. Per il momento, però, ho bisogno di una pausa dalle letture intelligenti!
E stette là vincitrice nella buona guerra che aveva condotto per tutta la vita contro gli assalti del suo raziocinio di maestra, gobba, minuscola e vibrante di convinzione, una piccola profetessa ispirata e vendicatrice.
(explicit)

venerdì 4 maggio 2012

The Fairies' Shoemaker and other stories

sfide: torniamo ragazzi, infinita, letture in lingua, fantasyosa

Autore: Enid Blyton
Anno di pubblicazione: 1987
Editore: Award Publications
Pagine: 192

Iniziato il: 24 marzo 2012
Terminato il: 8 aprile 2012
Valutazione:★★★
Once upon a time there lived a naughty little pixie called Pinkity. He was always in mischief and teased every one he met.
(incipit della storia "Pinkity's Pranks)
Trama
Il libro è una raccolta di racconti fantasiosi sul mondo delle fate, dei folletti e degli gnomi.

Commento
Tutte fiabe abbastanza classiche e che generalmente terminano con una morale, proprio per questo le ho trovate molto carine ma mano originali rispetto a quelle contenute in "The Faraway Tree". Quella che più mi è piaciuta è stata l'ultima e anche quella che dà il titolo alla raccolta, ovvero "The Fairies' Shoemaker", che racconta la storia di una bambina che un giorno, durante una passeggiata nel bosco, si trova un chiodo conficcato nella scarpina. Poco lontano, c'è un calzolaio molto particolare: quell'omino minuscolo è infatti il calzolaio delle fate, che aggiusta in un batter d'occhio la scarpetta della bimba, la quale in cambio gli regala l'ombrellino della sua bambola per permettergli di ripararsi dal sole.

Scambio con l'inglese

sfide: torniamo ragazzi, infinita, salva-comodino

Titolo originale: Das Austauschkind
Autore: Christine Nöstlinger
Anno di pubblicazione: 2001
Editore: Piemme
Pagine: 186

Iniziato il: 16 febbraio 2012
Terminato il: 16 febbraio 2012
Valutazione:★★★★
Mi chiamo Edward Mittermeier e all'inizio di questa storia ho tredici anni e una settimana. Alla fine della storia avrò tredici anni e sette settimane.
(incipit)


Trama
Ewald ha dodici anni e vive a Vienna. Si tratta del classico ragazzino ben educato, un po’ timido e timoroso di contrariare i genitori. La sorella Sybille, di quindici anni, invece, è più intraprendente, ribelle, estroversa e autonoma. Un giorno i genitori decidono di ospitare in casa per sei settimane un ragazzino inglese, per consentire al figlio di migliorare la propria pronuncia. Anziché il previsto Tom arriva però il fratello Jasper che, nel giro di pochi minuti, rivoluziona radicalmente la vita familiare.

Commento
Mi ero completamente dimenticata di avere in coda il commento su questo libro, che vergogna. Oltretutto non è nemmeno una lettura particolarmente impegnativa anche se, come tutti i libri della Nöstlinger, può rappresentare uno spunto di riflessione importante sulle tematiche pedagogiche. In particolare in Scambio con l'inglese ci viene raccontata la storia di una famiglia austriaca che decide di ospitare un ragazzo inglese per aiutare il figlio minore a migliorare la lingua; inaspettatamente, però, all'aeroporto non si presenta Tom, il ragazzo che aspettavano, bensì suo fratello, il problematico Jasper. Il ragazzo è completamente allo sbando, sporca la sua camera in modo indecente, non mangia insieme alla famiglia ma ruba di notte il cibo dal frigorifero, non spiccica una parola e puzza come un caprone. L'unica che sembra riuscire ad instaurare un rapporto con Jasper è Sybille, la sorella maggiore di Ewald, che aiuta la sua famiglia a comprendere il disagio di Jasper e ad aiutarlo. I temi della Nöstlinger sono sempre molto delicati ma la sua abilità sta proprio nel riuscire a raccontarli in modo semplice e naturale; mi rendo conto di quanto sia difficile affrontare certe situazioni, soprattutto in un'età difficile come quella dell'adolescenza.
In momenti del genere provo sempre una grande compassione per la mamma. Quando una persona che ti è così vicina è così totalmente incapace di capire le cose, ti senti davvero intenerire!

domenica 5 febbraio 2012

Anna Karénina - GDL

sfida: incrociata
Titolo originale: Анна Каренина
Autore: Lev Tolstoj
Anno di pubblicazione: 2010
Editore: Mondadori
Pagine: 1049

Iniziato il: 14 novembre 2011
Terminato il: 2 febbraio 2012
Valutazione:★★★★★
Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è infelice a modo suo.
(incipit)


Trama

Combattuta tra l'amore per il figlio, il vincolo matrimoniale e la passione per un altro uomo, Anna Karenina sarà travolta da un conflitto tanto drammatico da trascendere i confini del personaggio per divenire emblematico, che la accomunerà ad altre tormentate figure di donne, come Madame Bovary, per citare la più famosa. Ispirandosi con inconfondibile potenza creativa a un fatto di cronaca, Tolstoj trasfuse in Anna Karenina l'ansia e il desiderio di chiarezza etica che dominarono la sua vita. Costruito con un raffinato gioco d'incastri narrativi, e tuttavia con la consueta scorrevolezza stilistica dei capolavori tolstojani, il romanzo presenta una bruciante problematica morale, lasciando al lettore il giudizio definitivo.
(ibs.it)


Di seguito i commenti alle singole parti del gdl
(aggiornate sempre in questo post)

14 - 20 novembre - Parte 1
Primo impatto più che positivo: lo stile di Tolstoj è inaspettatamente scorrevole (ho sempre sentito dire che gli autori russi sono pensanti... in questo caso non è assolutamente vero) e mi ha colpito la vividezza dei suoi personaggi, che ci vengono presentati "a tutto tondo": nelle loro caratteristiche fisiche, in quelle psicologiche, ed in quei piccoli gesti e atteggiamenti che dicono molto più di una descrizione di dieci pagine.
L'incipit del romanzo è davvero un capolavoro, uno di quelli da imparare a memoria, anche perchè è assolutamente vero. Quando sono entrata in casa Oblonskij sono stata accolta dal caos più totale: la mia impressione è stata quella di aprire la porta di casa e ritrovarmi davanti bambini urlanti, la governante con le mani nei capelli, il cuoco che mi spintona con il cappello in mano per andarsene... insomma un delirio, che poi contrasta con il paragrafo immediatamente successivo, in cui Stepan si sveglia sereno e pacifico senza realizzare subito come mai non si trova nel suo letto ma sul divano dello studio.
Stepan Oblonskij è il protagonista indiscusso dei primi capitoli, e secondo me Tolstoj è decisamente ironico quando ci parla di lui e ce lo descrive così... piacione. Oltretutto ci fa chiaramene capire che non è un uomo di gran carattere, e soprattutto senza opinioni personali. Nonostante ciò, riesce a starmi simpatico... subisco anch'io il suo fascino come tutti gli altri! Dar'ia Oblonskij invece mi ha fatto tanta tenerezza perchè sembra davvero che non si aspettasse il tradimento del marito, che oltre a trovarla brutta, la ritiene anche "limitata", senza rendersi conto che in realtà il limitato è lui.
Ho notato anche un forte contrasto tra i personaggi di Stepan e Levin, non sono perchè il secondo si dimostra molto più sensibile del primo, oltre che innamorato, ma anche perchè credo che abbia molto più carattere rispetto a Stepan, anche se non ha la stessa posizione sociale (ovviamente non guadagnata) ed il suo stile di vita sia più modesto. Si è capito, credo, che Levin mi piace moltissimo: il suo sincero amore per Kitty, la sua timidezza, il non riuscire a fingere di interessarsi alle cose nelle quali non crede, i sentimenti nei confronti del fratello Nikolàj e il suo sincero desiderio di aiutarlo, sono tutti indizi che rivelano una grande persona. Mi è dispiaciuto moltissimo vederlo rifiutato da Kitty, che gli ha preferito quello sciocco bellimbusto di Vronskij. Anche Anna mi ha colpita e affascinata moltissimo fin dalla sua prima apparizione sul treno: soprattutto l'ho trovata una donna estremamente intelligente e non riesco a capire come faccia ad essere attratta da uno come Vronskij, a meno che lui non abbia delle doti molto ben nascoste che finora non ha rivelato.
Stepàn Arkàd'ic non sceglieva né la tendenza, né le opinioni, ma tendenze e opinioni venivano a lui da sole, proprio allo stesso modo in cui non si sceglieva la foggia di un cappello o di una finanziera, ma prendeva quella che si portava.
Si accorse che lei era lì dalla gioia e dal terrore che gli avevano afferrato il cuore. Lei era in piedi, che chiacchierava con una signora all'altra estremità del campo di pattinaggio. Apparentemente non aveva niente di particolare, né nell'abbigliamento, né nella posa; ma per Lévin riconoscerla in mezzo a quella folla era stato facile come riconoscere una rosa fra le ortiche. Tutto risplendeva di lei. Lei era il sorriso che illumina tutto intorno a sé.
Gli occhi grigi brillanti, che sembravano scuri per via delle ciglia folte, si fermarono amichevoli e attenti sul suo viso, come se lo stesse riconoscendo, e si spostarono subito sulla folla che si avvicinava come se fosse alla ricerca di qualcuno. In quel breve sguardo Vronskij fece in tempo a notare una vivacità contenuta, che giocava sul suo viso e aleggiava in mezzo agli occhi brillanti, e un sorriso appena percettibile, che incurvava le sue labbra rosee. Era come se l'eccesso di qualcosa traboccasse dal suo essere al punto da rivelarsi contro la sua volontà, ora nella lucentezza dello sguardo, ora nel sorriso. Lei volle offuscare la luce nei suoi occhi, ma questa continuò a risplendere suo malgrado nel sorriso appena accennato.
Anna Arkàd'evna leggeva e capiva, ma non le faceva piacere leggere, cioè seguire di riflesso la vita di altre persone. Aveva troppa voglia di vivere lei stessa.


21 - 27 novembre - Parte 2
La seconda parte ha inizio a casa dei principi Scerbàckij, dove a Kitty viene prescritto un viaggio per poter guarire da quella misteriosa malattia che si chiama orgoglio ferito. Sempre in questa sede veniamo a sapere che la situazione familiare di Dolly non è per niente migliorata ed ho avuto la conferma di ciò che io già pensavo di Dolly: al contrario di suo marito, che è veramente pessimo, non è affatto stupida e si rende perfettamente conto di star chiudendo gli occhi di fronte alla realtà dei fatti, e per questo si disprezza. Inoltre, non solo sa riconoscere chi, tra il padre e la madre, ha visto più lungo nei confronti di Vronskij, ma dimostra anche di aver capito perfettamente ciò che fa star male Kitty (ovvero l’essersi è resa conto di aver perso un uomo davvero innamorato per inseguire un vuoto pallone gonfiato che si è infine mostrato per quello che è). Proprio non si merita un burattino di marito come Stépan e la trovo un personaggio magnifico, finora la mia preferita insieme a Lévin. Anche per quanto riguarda i principi Scerbàkij mi è stata confermata l'opinione iniziale: lui è un uomo intelligente e sensibile, anche se un po' burbero nelle sue manifestazioni d'affetto; lei, invece, è insignificante e sciocca, però non è una cattiva persona e si sente terribilmente in colpa per aver spinto la figlia ad invaghirsi di Vronskij. Mi auguro che adesso si impegni per rimediare ai suoi errori.

Con il capitolo 4 ci spostiamo a Pietroburgo e torniamo da Anna, che nel frattempo sta cambiando molto: non solo, come avevamo letto nella parte 1, fa caso a difetti e atteggiamenti nel marito e nel figlio ai quali prima non aveva mai dato importanza, ma inizia anche a modificare le sue opinioni nei confronti delle amicizie, e comincia a frequentare il mondo di Vronskij. In questo contesto ci viene mostrata la società pietroburghese e ciò che più mi ha colpita è stata questa frase, riferita a Vronskij:
“Sapeva molto bene che agli occhi di quella gente la parte dell’amante infelice di una fanciulla e in generale di una donna libera può apparire ridicola; ma la parte di un uomo che fa una corte serrata a una donna sposata e che mette in gioco tutta la sua vita pur di catturarla nell’adulterio ha qualcosa di bello, di grandioso, e non potrà mai essere ridicola […]”
Mi ha lasciata perplessa rendermi conto di quanto la società nobile russa accetti o addirittura quasi incoraggi il tradimento: prima Stépan, che considera normale e non una sua colpa andare con un’altra donna dato che la moglie ha perso il suo fascino, ora questa frase che non lascia spazio all’immaginazione ma dichiara apertamente quella che in precedenza era solo una mia impressione, e che limitavo al personaggio di Stépan Oblònskij. Nel complesso, fino ad ora Tolstoj ha dipinto un ritratto davvero impietoso del “bel mondo” russo, fatto di persone vuote, insulse e pettegole, Vronskij compreso: l’unica che per ora si salva è la principessa Mjàgkaja, per lo meno è una donna schietta (e infatti viene definita “volgare e rozza”).

Il passare del tempo ci viene reso chiaro dal mutamento del rapporto tra Anna e Vronskij, che si fa sempre meno platonico. La loro relazione diventa presto di dominio pubblico ed infine giunge alle orecchie del marito di Anna, Aleksèj, il quale inizialmente cerca di parlare con la moglie, ma di fronte all'ostinato rifiuto di lei di spiegarsi (addirittura assume un atteggiamento innocentemente perplesso) rinuncia definitivamente e, anzi, comincia a chiudere gli occhi di fronte alla situazione. L'episodio della discussione tra marito e moglie, anche se in realtà si tratta più di un monologo di Aleksej, ci mostra da una parte un uomo a cui il tradimento della moglie pesa più nell'orgoglio che non nel cuore e che si preoccupa molto del riflesso che questo avrà sui suoi rapporti di lavoro, dall'altra una donna per il momento assorbita dalla passione, che però presto si ritroverà a fare i conti con la propria coscienza. Al contrario di Vronskij, che è eccitato da questa relazione, Anna è sempre più vittima dei sensi di colpa e della vergogna, soprattutto nei confronti del figlio, e l'apice viene raggiunto alla scoperta di essere incinta.

Parallelamente a quelle di Anna e Vronskij, proseguono anche le storie di Lèvin e Kitty. Il primo si trova nella sua tenuta di campagna e, a parte il brano sulla caccia, la descrizione della sua vita e delle sue abitudini è estremamente poetica. Veniamo a sapere che finalmente sta iniziando a digerire il rifiuto di Kitty, e anche la notizia che la ragazza non si sposerà più non gli provoca eccessivi "scombussolamenti". Kitty, intanto, si trova alle terme con la madre per provvedere alle sue cure. Devo dire che io continuo a vedere un percorso di crescita in questa ragazza e ogni volta che si parla di lei la trovo sempre migliore di come l'ho lasciata. Abbiamo cominciato con una ragazzina sognante, ingenua e attratta da una promessa di mondanità e di ricchezza, oltre che da un uomo bello e con conoscenze altolocate. E' passata poi attraverso un rifiuto e l'incapacità di digerirlo, il capriccio dettato dall'orgoglio ferito e la consapevolezza di aver preso la decisione sbagliata. Adesso troviamo una ragazza che sta cercando la pace con sè stessa e prova a raggiungerla con i modi che la vita le presenta. Kitty è realista: non è una santa, ha provato ad essere migliore ma si è resa conto di non essere in grado di sopportare tutta quella sofferenza. Quante persone sarebbero in grado di fare quello che fa Varenka? Molto poche (come sono molto poche quelle che fanno volontariato di vario genere rispetto a chi non ne fa) ma la maggior parte non lo ammette e addirittura nemmeno ci prova, continuando a crogiolarsi nell'idea che "se solo trovasse il tempo, ne sarebbe in grado". Mi rendo conto che anch'io faccio parte del gruppo, dato che penso sempre che mi piacerebbe fare del volontariato ma poi, chissà come mai, non ne trovo mai il tempo. Kitty per lo meno ci prova, sente un desiderio di migliorarsi, trova un modello di come vorrebbe essere e cerca di seguirlo. Non ci riesce, ma l'esperienza l'ha resa consapevole di sè e ciò non può che essere un bene: la consapevolezza dei propri difetti è già un bel passo avanti e non è da tutti raggiungerla, dato che la maggior parte delle persone preferisce nascondersi dietro scuse e giustificazioni. Adesso aspetto solo il passo successivo...
«Io infelice?» disse lei, avvicinandoglisi e guardandolo con un sorriso estasiato «io sono come un affamato al quale abbiano dato da mangiare. Magari ha freddo, ha il vestito lacero, e si vergogna, ma non è infelice. Io infelice? No, ecco la mia felicità...»
La pace fu fatta. Ma con l'arrivo del padre per Kitty cambiò tutto quel mondo nel quale aveva vissuto. Non rinnegò quanto aveva appreso, ma capì di aver ingannato se stessa pensando di poter essere quello che avrebbe voluto. Era come se avesse aperto gli occhi [...].


28 novembre - 4 dicembre - Parte 3
Sono in super-ritardo con i commenti! Meno male che c'è il gruppo su aNobii dove invece sono sempre abbastanza puntuale: questa volta quindi mi sa che farò un po' di copia-incolla.
Tutta la parte del racconto ambientata in campagna mi è piaciuta moltissimo. Il motivo per cui mi attrae di più, è la sua genuinità: mentre la città è caratterizzata dalla superficialità e ipocrisia dei suoi abitanti, qui abbiamo un mondo fatto di concretezza, semplicità e trasparenza. I piccoli inganni che ci sono (ad esempio il tentativo dei contatini di imbrogliare sulla spartizione mi pare del fieno), sono cose che si dimenticano subito, non c'è malizia, mentre quelli che avvengono in città avvelenano la vita. Per lo stesso motivo preferisco personaggi come Lévin e Dolly, che accettano le proprie debolezze e i propri difetti, se ne rendono conto e non fanno finta di nulla: per quanto riguarda Dolly mi riferisco ovviamente alla sua situazione con il marito, per Lévin mi riferisco alle sue idee e alle discussioni che ha con il fratello. Per di più, è vero che Lévin ha delle idee apparentemente più retrograde e antiquate, ma bisogna anche dire che nella pratica dimostra di essere un gran lavoratore, che rispetta i contadini ai quali chiede pareri ed opinioni, al contrario del fratello che mi pare abbia tante belle idee, ma in campagna ci va solo per stare in panciolle.
A Dolly la permanenza in campagna fa solo bene: lontana dal marito che così non può più umiliarla e farla soffrire, si gode i suoi bambini e la compagnia di persone di valore. Mi ha fatto una gran tenerezza l'episodio della sorellina che porta di nascosto la torta al fratellino in castigo. Meno male, invece, che Dolly viene riportata sulla terra dalla litigata degli stessi due "angioletti" di prima, che si azzuffano prendendosi per i capelli, perchè si stava crogiolando un po' troppo su quanto fossero bravi, belli e meravigliosi i suoi bambini.
Infine mi ha fatto piacere scoprire che Dolly la pensa proprio come me (o forse sarebbe più corretto dire che io la penso come Dolly ^_^) riguardo a Kitty, solo che lei ha espresso il suo pensiero molto meglio di quanto abbia fatto io con il mio (e grazie, l'ha scritto Tolstoj!).
L'episodio dell'apparizione di Kitty come una visione celestiale, che rivela a Lèvin tutta l'inutilità dei suoi tentativi di dimenticarla e vivere senza di lei è meraviglioso, forse il passo più bello finora. La reazione del marito di Anna, invece, è davvero l'apoteosi dell'ipocrisia, soprattutto per tutto il discorso sul duello in cui la falsità di quest'uomo che mente anche a sè stesso è talmente lampante, che leggendo mi veniva da ridere. Anche Vronskij non scherza, comunque, in quanto ad ipocrisia. Infine ho trovato davvero molto interessanti le opinioni di Lévin sull'agricoltura e ho seguito bene i suoi ragionamenti: credo che questo sia tutto merito della lettura frazionata, metodo che indubbiamente adotterò per tutti i futuri "mattonazzi", anche al di fuori dei gdl.
Quanto più a lungo Lévin falciava, tanto più spesso viveva momenti di oblio, durante i quali non erano più le mani a falciare, ma la falce stessa che faceva muovere dietro di sé tutto il corpo consapevole, pieno di vita, e, come per incanto, senza pensarci, il lavoro si compiva da solo, misurato e preciso. Quelli erano i momenti di vera beatitudine.


05-11 dicembre - Parte 4
Devo ammettere che il triangolo Anna-Vronskij-Aleksandrovic mi ha creato non pochi problemi questa volta, ma andiamo con ordine: la parte si apre con una passività ed un'apatia generale. Tutti aspettano che una soluzione cada dal cielo e Anna, soprattutto, è completamente sottomessa, non ha la forza morale di reagire e fa venire quasi il nervoso per questa sua completa passività. Tolstoij, poi, le dà anche la "stoccata" finale con la rivoluzione del personaggio del marito: sembra davvero che voglia farla cadere il più in basso possibile e fa di tutto per rendercela insopportabile.
Non ho capito invece i veri intenti dei due personaggi maschili: cosa provano davvero? Questa loro fase di sconvolgimento psicologico (Vronskij che riscopre l'amore per Anna e Aleksandrovic che improvvisamente si rivela il marito e padre dei sogni) è reale, durerà o è solo passeggero? Infine non ho ben capito il ruolo di Stepan: cosa si impiccia? Proprio lui va a dare consigli su come comportarsi in famiglia?? Sicuramente dà una smossa alla situazione, che probabilmente senza il suo intervento sarebbe rimasta ferma immobile per il resto della vita dei personaggi, ma adesso credo inizierà l'inesorabile discesa.
Inoltre non ho capito se il tentato suicidio di Vronskij sia stato fatto con la volontà reale di uccidersi o se davvero, come dice lui, si è trattato di un errore. In entrambi i casi è stato ridicolo o, meglio, grottesco. In generale mi sembra che Anna e Vronskij facciano anche un bel po' di commedia: hanno queste reazioni esagerate che finiscono per cadere nel ridicolo (ad esempio anche quando Anna è a letto e fa tutta la scena della moribonda... ). Per quanto riguarda Anna, soprattutto, non credo che finga, ma secondo me esagera molto: soprattutto mi hanno lasciata perplessa tutti suoi i versi da moribonda, mentre contemporaneamente viene descritto il suo colorito sano e le guance rosee. Meno male che ci sono Levin e Kitty che con il loro amore sdolcinato (la scena in cui indovinano i "messaggi segreti" è da carie) mi mandano in brodo di giuggiole!!
Nel complesso questa parte mi ha dato l'idea della quiete prima della tempesta; credo che si stia creando una sorta di momento morto, una pausa apatica in tutti i personaggi, che anticipa una prevedibile frenesia di eventi (infatti immagino proprio che nella parte 5 troveremo i preparativi del matrimonio di Levin e Kitty, e i dettagli della partenza e della nuova vita di Anna e Vronskij, oltre a quello che farà Alekséj Aleksandrovic dopo la fuga della moglie).
Quante volte si era detto che quell'amore era la felicità; ed ecco che lei lo amava, come può amare una donna per la quale l'amore ha avuto molto più peso di qualsiasi altro bene nella vita, eppure era molto più lontano dalla felicità di quando era partito da Mosca per seguirla.
La guardava come uno guarda il fiorellino da lui strappato e ormai appassito, nel quale fatica a riconoscere la bellezza che gliel'aveva fatto strappare e rovinare. E, nonostante questo, sentiva che allora, quando il suo amore era più forte, avrebbe potuto, se lo avesse fortemente voluto, strappare quell'amore dal suo cuore, ma adesso, quando, come in quel momento, gli sembrava di non provare più amore per lei, sapeva che la sua relazione con lei non poteva essere troncata.
Lui vedeva soltanto i suoi occhi limpidi, sinceri, spaventati da quella stessa gioia d'amore, di cui anche il suo cuore traboccava. Questi occhi rilucevano sempre più vicini, più vicini, accecandolo. Le sue braccia si alzarono e si abbassarono sulle spalle di lui.


12-18 dicembre - Parte 5
Mamma mia come sono in ritardo!! Però non mollo, perché nonostante la lentezza con cui progredisco (dovuta non alla pesantezza del libro, ma alla mancanza di tempo) mi sto sempre più innamorando di questo romanzo.
Questa parte si apre con il matrimonio di Kitty e Lévin: i due sono tenerissimi ed emozionati e non si accorgono minimamente di tutti i soliti, orrendi commenti che gli invitati riescono comunque a fare, anche in questa occasione felice.
La vita matrimoniale, invece, è inizialmente difficile per entrambi in quanto la realtà si presenta molto più "banale" rispetto a ciò che avevano immaginato. Vedi, la brutta abitudine a non provare la convivenza? XD
Davvero molto commovente e angosciante tutto l'episodio della malattia di Nicolaj. Mentre Lévin è completamente inerme di fronte alla morte e al dolore, Kitty mostra i risultati della sua precedente esperienza alle terme: adesso è perfettamente in grado di accudire un malato, non solo dal punto di vista pratico, ma soprattutto è capace di comportarsi in modo del tutto naturale ed offrire a tutti il sostegno morale di cui hanno bisogno.
Tornando ad Anna&Co., la situazione per me diventa sempre più complicata: da una parte ho sempre pensato che una madre sarebbe disposta a sacrificare tutto per i propri figli e non riesco a spiegarmi come sia possibile che lei preferisca separarsene e lasciar crescere Sereza senza una madre piuttosto che accettare di vivere con un uomo che non ama e lasciare Vronskij (che non la rende felice comunque). Dall'altra parte penso a Dolly, che ha fatto esattamente la scelta opposta a quella di Anna, accettando l'indifferenza del marito e i suoi tradimenti pur di mantenere apparentemente invariata la sua situazione. Non saprei dire quale delle due mi fa più pena, sicuramente la scelta di Anna è più difficile e più "rivoluzionaria", e infatti la reazione della buona società è quella di escluderla, ma non sarei in grado di condannare nessuna delle due. Sereza, comunque, mi ha fatto tanta tenerezza, perché alla fine è l'unica vera vittima di tutto quello che sta accadendo.


19-25 dicembre - Parte 6
Torno finalmente ad aggiornare la lettura di questo romanzo: io proprio con i gdl non vado d'accordo, o sono troppo rapida, oppure sono troppo, troppo lenta. Ormai abbiamo capito che Tolstoj ha deciso di raccontarci la storia alternando il suo sguardo sui coniugi Lévin e su Anna e Vronskij. In questa parte, la serena, anche se un po' caotica, quotidianità dell'estate in casa Lévin (mi hanno fatta sorridere i velati battibecchi tra la principessa madre di Kitty e la domestica Aglaja sulla preparazione della marmellata) viene interrotta dall'arrivo di Stepàn e del suo amico Vàsen'ka che portano in casa un po' di scompiglio: il nuovo arrivato, infatti, attira l'attenzione di Varen'ka e l'ostilità di Lèvin, la cui scenata di gelosia alla moglie l'ha reso ancora più umano. Si vede che nella sua gelosia c'è solo il grande amore nei confronti della moglie, mentre l'altra scena di gelosia a cui assistiamo in questa sesta parte, quella di Anna nei confronti di Vronskij, è una gelosia non sana, frutto dell'ossessione di questa donna che non riesce proprio a capire cosa vuole dalla vita. Anna mi fa sempre più pena, perché non riesce a trovare pace, mai: ci ha provato nascondendo la sua relazione al marito e non ha funzionato; ci ha provato manifestandola e rendendola pubblica, ma anche in questo caso non ha trovato pace; ci ha provato infine andando via con Vronskij, credendo che vivere appieno questo amore avrebbe potuto farle bene e invece è sempre peggio. Inoltre, mentre Vronskij al ritorno in Russia riesce a trovare nella politica una valida alternativa a ciò che ha abbandonato per Anna (la carriera militare), Anna si scontra continuamente con l'ostilità di una società che vede in lei la sola colpevole. L'unico è Lévin, che sappiamo essere piuttosto conservatore nelle sue idee, e rimane coerente a se stesso: non vuole avere a che fare con nessuno dei due! ^_^ Come sempre, Dolly non ha deluso le mie aspettative su di lei: è una donna incredibilmente in gamba, che riesce sempre a far buon viso a cattivo gioco, sia se si tratta di tenere unita la famiglia pur di fronte al marito che si ritrova, sia quando si tratta di non farsi intimorire di fronte ad un lusso che non le appartiene, e anzi, mantenendo sempre salda la sua dignità. Vorrei davvero sperare che per lei Tolstoj abbia riservato un futuro se non roseo, almeno sereno.
"E tutto questo perché? Che cosa sortirà da tutto questo? Che io, senza un attimo di tregua, ora incinta, ora in allattamento, sempre arrabbiata, brontolona, vessata io stessa e vessatrice degli altri, odiosa a mio marito, avrò speso la mia vita a crescere figli infelici, poveri e maleducati." (Dolly)
"Se la prendono con Anna. Perché, poi? Io sarei forse migliore? Io almeno ho un marito che amo. Non così come vorrei, ma lo amo; se Anna invece non amava il suo? Che colpa ne ha? Vuole vivere. Dio ce l'ha impresso nell'anima. Molto probabilmente io avrei fatto la stessa cosa. Del resto tuttora non so se ho fatto bene a darle retta in quel momento terribile in cui era venuta da me a Mosca. Allora avrei dovuto lasciare mio marito e cominciare daccapo un'altra vita. Perché, forse ora è meglio? Non lo stimo. Ho bisogno di lui." pensava del marito "e lo sopporto. E' meglio così? Allora magari potevo anche piacere, mi restava la mia bellezza." (Dolly)
Tutto quel giorno le era sembrato di recitare a teatro con attori migliori di lei, e che la sua cattiva recitazione rovinasse tutto. (Dolly)


26 dicembre - 1 gennaio - Parte 7< Non posso parlare di questo capitolo senza iniziare dalla sua conclusione, apice dell'intero romanzo: Anna giunge al massimo della sua disperata autocoscienza e nel capitolo 31 Tolstoj ci spiega esattamente, attraverso le lucide parole di Anna, tutto quello che fino ad ora si era percepito, ma non era mai stato detto apertamente. Anna sa che per Vronskij la loro storia è sempre stata solo "l'appagamento della propria vanità" (cit.); si rende conto di essere insoddisfatta, che anche se dovesse ottenere il divorzio e l'affidamento del figlio non sarebbe mai felice. Lei è cosciente del fatto che la società non le perdonerà mai il suo atto di ribellione, il suo non accontentarsi di una relazione clandestina (che sarebbe stata tranquillamente accettata), la sua sfida alle convenzioni, e Vronskij non coglie tutti questi segnali: tornati a Pietroburgo lui non riesce a resistere al richiamo della società, che lo riaccoglie senza problemi e Anna si trova esclusa da tutto e soprattutto completamente incompresa. Non posso negare che in alcuni momenti capivo le reazioni esasperate di Vronskij alle mille provocazioni di lei, ma non c'è mai stata una volta in cui lui abbia mostrato di rendersi davvero conto di ciò che lei stava passando. Karénin, che compare per l'ultima volta nel romanzo in questa settima parte, mi ha davvero schifata: quel suo "lampo" iniziale di generosità si è rivelato, come sospettavo, del tutto passeggero; adesso si fa trascinare dalla contessa Ivanovna nella sua religiosità ottusa e bigotta che si sposa così bene con il suo carattere del tutto inesistente e con la sua vigliaccheria e non pensa neanche lontanamente a poter liberare Anna dal giogo del matrimonio: proprio il tipico atteggiamento del buon cristiano. I Lévin, invece, proseguono con la loro vita famigliare; solo la serenità di lui è disturbata dalla sua lotta interiore con la propria anima. La nascita del primo figlio, poi, crea in Lévin ancora più scombussolamenti, perché è prova un sentimento a metà tra l'amore per questo bambino e la pena a vederlo così indifeso. La parte si conclude tragicamente con la morte di Anna, e dopo aver visto la sua fine mi sono sinceramente chiesta cosa avesse ancora Tolstoj da dire.

E a un tratto capì quel che aveva nell'animo. Si, era l'idea che da sola risolveva tutto. "Si, morire!..."
Ora pensava quanto la vita avrebbe potuto ancora essere felice, con quanto tormento lo amasse e lo odiasse, e quanto furiosamente le battesse il cuore.
In quello stesso istante inorridì di quel che stava facendo. "Dove sono? Che cosa faccio? Perché?" Avrebbe voluto sollevarsi, gettarsi da un lato; ma qualcosa di enorme, d'inesorabile, la urtò alla testa e la trascinò per la schiena. "Signore, perdonami tutto!" proferì, sentendo che era impossibile lottare.


02 - 08 gennaio - Parte 8
Ecco cosa aveva da dire Tolstoj in questa ultima parte: doveva "chiudere i conti" con Lévin. Purtroppo per fare ciò ha completamente abbandonato Anna, ricordandola solo all'inizio, con il dolore di Vronskij che parte volontario per la guerra e le parole avvelenate della madre, che nemmeno nella morte perdona ad Anna le sue "colpe", anzi, il dolore causato al figlio la porta ad odiarne ancora di più la memoria. Nonostante la storia di Anna sia purtroppo terminata nella parte 7, questi ultimi capitoli mi hanno molto affascinata, perché in esse Tolstoj ci pone di fronte al dilemma che prima o poi tutti gli uomini si trovano ad affrontare: la fede. Lévin riesce finalmente a fare pace con sé stesso e con la sua inquietudine, cosa che invece non è riuscita a fare Anna, e riesce a trovare un equilibrio spirituale che consiste non nel pretendere la "santità" da sé stesso, ma nella ferma intenzione di agire sempre con l'obiettivo di compiere il bene.
"Continuerò sempre ad arrabbiarmi con il cocchiere Ivàn, continuerò a discutere, esprimerò i miei pensieri a sproposito, ci sarà sempre lo stesso muro fra il sacrario della mia anima e gli altri, perfino mia moglie, la rimprovererò sempre per i miei spaventi e poi me ne pentirò, non capirò mai con la ragione perché prego e continuerò a pregare, ma la mia vita adesso, tutta la mia vita, indipendentemente da tutto quel che può succedermi, in ogni suo istante non solo non è priva di senso come prima, ma ha un sicuro significato per il bene che ho il potere d'infondervi


Commento conclusivo
Sono rimasta completamente stregata da questo romanzo e dai personaggi che ne sono protagonisti, soprattutto i tre che più di tutti mi hanno colpita: Anna, Lévin e Dolly. Ciascuno di questi personaggi è tormentato, è consapevole della propria infelicità e cerca di trovare un equilibrio nel modo che più si adatta al suo carattere e alla sua situazione; purtroppo solo Anna non riuscirà a trovarlo.
Più volte durante la lettura sono rimasta meravigliata dall'abilità di Tolstoj di descrivere l'animo dei suoi personaggi, perché mi è capitato spessissimo di ritrovare in loro sentimenti, sensazioni ed emozioni che conosco perfettamente; questo è un aspetto che mi colpisce sempre molto quando lo ritrovo in romanzi scritti in epoche e luoghi molto diversi da quelli in cui vivo io e che mi fanno rendere conto di quanto, dopo tutto, siamo davvero tutti fatti nello stesso modo, con le stesse paure, gli stessi difetti, gli stessi bisogni, le stesse angosce.
Ho terminato molto tardi la lettura di questo libro rispetto ai tempi del gdl, ma credo di aver fatto bene, perché mi sono presa tutto il tempo che mi serviva per entrare profondamente in ogni singolo capitolo e in ogni singola situazione. Adesso ho intenzione di vedere le trasposizioni cinematografiche di questo meraviglioso capolavoro, anche se come sempre ho paura di rimanere delusa dall'interpretazione altrui di un romanzo che mi ha comunicato così tanto.

martedì 24 gennaio 2012

Se una notte d'inverno un viaggiatore

sfide: alfabeto, bersaglio, infinita, salva-comodino, obiettivo 2012

Autore: Italo Calvino
Anno di pubblicazione: 2002
Editore: Gruppo Editoriale L'Espresso
Pagine: 223

Iniziato il: 22 gennaio 2012
Terminato il: 23 gennaio 2012
Valutazione:★★★★
Stai per cominciare a leggere il nuovo romanzo "Se una notte d'inverno un viaggiatore" di Italo Calvino. Rilassati. Raccogliti. Allontana da te ogni altro pensiero. Lascia che il mondo che ti circonda sfumi nell'indistinto. La porta è meglio chiuderla; di là c'è sempre la televisione accesa. Dillo subito, agli altri:«No, non voglio vedere la televisione!» Alza la voce, se no non ti sentono: «Sto leggendo! Non voglio essere disturbato!» Forse non ti hanno sentito, con tutto quel chiasso; dillo più forte, grida: «Sto cominciando a leggere il nuovo romanzo di Italo Calvino!» O se non vuoi non dirlo; speriamo che ti lascino in pace.
(incipit)

Trama


È un romanzo sul piacere di leggere romanzi: protagonista è il lettore, che per dieci volte comincia a leggere un libro che per vicissitudini estranee alla sua volontà non riesce a finire. Ho dovuto dunque scrivere l'inizio di dieci romanzi d'autori immaginari, tutti in qualche modo diversi da me e diversi tra loro. (Italo Calvino)

Commento
Ci sono libri che non vanno raccontati, vanno letti, perché tentando di riassumerne il contenuto o di spiegarne le particolarità si rischia di semplificare troppo e di non riuscire ad espimere tutto ciò che la lettura ci ha comunicato. Se una notte d'inverno un viaggiatore è un romanzo bellissimo e originale che parla di se stesso, della lettura, dei lettori, degli scrittori e dei libri. La voce dell'autore mi ha abbracciato, scaldato e mi ha quasi obbligato ad immedesimarmi con questo protagonista Lettore, frustrato dall'impossibilità di poter concludere i romanzi che ha iniziato e contemporaneamente attratto da tutti i nuovi inizi che gli si presentano davanti. Questa "trovata" dei diversi incipit mi è piaciuta moltissimo, anche se mi è rimasta la curiosità di sapere come Calvino avrebbe fatto proseguire i vari romanzi, soprattutto "Se una notte d'inverno un viaggiatore" e "In una rete di linee che si allacciano", che sono quelli che più hanno stimolato il mio interesse. Anche la "storia-cornice", per quanto caotica (anzi, forse proprio per quello), mi ha appassionato: nonostante, dopo i primi due incipit, avessi capito come funzionava la tiritera, non riuscivo ad evitare che una parte di me, tutte le volte che si presentava un nuovo titolo, provasse una piccola e remota speranza che finalmente quello fosse davvero il libro giusto, esattamente come accadeva al Lettore. Ho trovato bellissimo anche il "capitolo" con il diario di Flannery, ovvero il punto di vista dello scrittore e molto stimolanti tutte le allusioni ai "tipi" di lettore, che mi hanno fatto ragionare soprattutto su cosa sia per me la lettura. Tra tutte, forse, la frase che meglio ha espresso la mia concezione della lettura, e anche quello che io cerco in un libro, è questa: "Leggere è andare incontro a qualcosa che sta per essere e ancora nessuno sa cosa sarà."
Rigiri il libro tra le mani, scorri le frasi del retrocopertina, del risvolto, frasi generiche, che non dicono molto. Meglio così, non c'è discorso che pretenda di sovrapporsi al discorso indiscretamente al discorso che il libro dovrà comunicare lui direttamente, a ciò che dovrai tu spremere dal libro, poco o tanto che sia. Certo, anche questo girare intorno al libro, leggerci intorno prima di leggerci dentro, fa parte del piacere del libro nuovo, ma come tutti i piaceri preliminariha una sua durata ottimale se si vuole che serva a spingere verso il piacere più consistente della consumazione dell'atto, cioè della lettura del libro.
Leggere è andare incontro a qualcosa che sta per essere e ancora nessuno sa cosa sarà.
La tua casa, essendo il luogo in cui tu leggi, può dirci qual'è il posto che i libri hanno nella tua vita, se sono una difesa che tu metti avanti per tener lontano il mondo di fuori, un sogno in cui sprofondi come una droga, oppure se sono dei ponti che getti verso il fuori, verso il mondo che t'interessa tanto da volerne moltiplicare e dilatare le dimensioni attraverso i libri.
Dalla lettura delle pagine scritte, la lettura che gli amanti fanno dei loro corpi (di quel concentrato di mente e corpo di cui gli amanti si servono per andare a letto insieme) differisce in quanto non è lineare. Attacca da un punto qualsiasi, salta, si ripete, torna indietro, insiste, si ramifica in messaggi simultanei e divergenti, torna a convergere, affronta momenti di fastidio, volta pagina, ritrova il filo, si perde.
Quale dato permette di distinguere le nazioni in cui la letteratura gode di una vera considerazione, meglio delle somme stanziate per controllarla e reprimerla?
Il senso ultimo a cui rimandano tutti i racconti ha due facce: la continuità della vita, l'inevitabilità della morte.
Se una notte d’inverno un viaggiatore, fuori dell’abitato di Malbork, sporgendosi dalla costa scoscesa senza temere il vento e la vertigine, guarda in basso dove l’ombra s’addensa in una rete di linee che s’allacciano, in una rete di linee che s’intersecano sul tappeto di foglie illuminate dalla luna intorno a una fossa vuota, – Quale storia laggiù attende la fine? – chiede, ansioso d’ascoltare il racconto.

lunedì 12 dicembre 2011

Il rogo

sfide: del nord e del freddo, solo donna

Titolo originale: Bålet
Autore: Bergljot Hobæk Haff
Anno di pubblicazione: 1999
Editore: Iperborea
Pagine: 150

Iniziato il: 30 novembre 2011
Terminato il: 01 dicembre 2011
Valutazione:★★★★
La maestra del villaggio era d'aspetto comune quanto è giusto che sia la maestra di un così piccolo angolo del mondo. Se qualche estraneo avesse voluto informarsi su di lei domandando, per esempio, se fosse più o meno carina, chiunque si sarebbe trovato in grande imbarazzo e avrebbe risposto che non era quella la qualità più importante in una maestra.
(incipit)

Trama
Un villaggio sperduto in qualche remota valle del Nord, una storia che potrebbe cominciare con un "c'era una volta". Una maestra, un calzolaio, un forestiero, un vecchio veggente, un ragazzo curioso, personaggi senza nome che si muovono nei luoghi quotidiani delle fiabe: la casa al margine del bosco, la strada maestra, la bottega. L'atmosfera è quella delle leggende un po' cupe e misteriose ascoltate in lontane sere d'inverno intorno al fuoco: le ombre incombenti delle montagne, la palude infida, la nebbia densa che fa smarrire la ragione, pozioni di erbe che guariscono, traffici oscuri nella notte, un presagio di calamità che incombe come un maleficio su un angolo di terra dimenticato da Dio e dagli uomini. (dal retro di copertina)

Commento
Ho aspettato tanto prima di scrivere il post relativo a questo romanzo, e nonostante ciò, anche adesso che mi sono decisa, mi rendo conto di quanto sia difficile parlarne; Il rogo, infatti non è un romanzo convenzionale, ma una metafora del bene e del male che parla della facilità con cui la malvagità sia in grado di farsi largo nel cuore degli uomini sfruttando quella "propensione naturale" al male che ciascuno di noi nasconde dentro di sé.

La vicenda si svolge in un minuscolo paesino nascosto tra le montagne, retto da una sorta di equilibrio naturale tramite il quale non sono gli uomini a punirsi tra loro per i propri peccati, ma le circostanze da sole provvedono a bilanciare giustizia ed ingiustizia. Quella che ci viene presentata è quindi una società che apparentemente non è ancora stata contaminata dalla malizia e dal dubbio (si scoprirà poi che in passato già un evento aveva fatto entrare qualcuno di questi "demoni") e che si potrebbe quindi definire quasi pura. I personaggi sono molto diversi, e differente è anche il modo in cui vengono descritti e presentati: la maestra e il calzolaio non hanno un nome, vengono semplicemente chiamati "maestra" e "calzolaio" e nemmeno vengono descritti fisicamente in modo dettagliato: della prima viene detto semplicemente che ha l'aspetto che dovrebbe avere una maestra, che non si può dire se sia bella o brutta, simpatica o antipatica; del secondo ci viene invece descritta soprattutto la costituzione robusta e il suo avere le gambe corte. Helga, la proprietaria della locanda, viene invece descritta in modo più approfondito (la sua storia, il suo modo di camminare, il rapporto con il figlio idrocefalico), idem come il signor Allan, del quale viene descritto l'aspetto fisico, il modo di fare e viene fatta spesso allusione ai suoi scopi. Anche ciò che essi rappresentano è molto diverso. Per quanto riguarda il calzolaio e il signor Allen è abbastanza semplice: i due sono rispettivamente il bene e il male o, per meglio dire, coloro che cercano di tirare fuori il bene o il male dagli abitanti; il calzolaio in modo lento e paziente, il signor Allen (che viene spesso paragonato ad un serpente, e nello specifico al serpente tentatore della Genesi) invece li irretisce, semina il dubbio, la malizia e l'ostilità nei confronti del calzolaio, sfruttando proprio quella predisposizione umana alla malvagità: solo su un terreno fertile, infatti, i semi attecchiscono.
La maestra è il personaggio più enigmatico e quella che mi ha creato più problemi di interpretazione: in alcuni aspetti è vicina al calzolaio (nel suo modo di "fregare" affettuosamente gli ingenui compaesani per il loro bene e nel rapporto intimo che si crea tra i due), ma all'arrivo del signor Allan ne diventa succube e non solo accetta di essere sfruttata da lui, ma collabora con lui contribuendo alla sua opera di "distruzione" del calzolaio, pur mantenendo sempre un atteggiamento equivoco e insicuro. Credo che probabilmente la maestra rappresenti l'essere umano, perennemente in bilico tra il bene e il male ed in costante lotta con sé stesso. La conclusione, poi, è solo il culmine di un percorso, perché durante tutta la narrazione vengono disseminate riflessioni che lasciano intuire perfettamente e fin dall'inizio che le cose andranno in un determinato modo. Per lo meno, anche qui prevarrà quell'equilibrio naturale e perfetto di parlavo all'inizio, e che regola gli avvenimenti in quel remoto villaggio. Un pregio, infine, che ho riscontrato in questo romanzo e che non capita spesso ormai di incontrare, è che non ci sono parole inutili: ogni espressione, ogni frase è necessaria ai fini del racconto. Per questo il romanzo è così breve, ma talmente intenso che è difficile da dimenticare.

[...] la malvagità non fu portata sulla terra da un serpente; il serpente si insinuò nel giardino dell'Eden e indusse l'uomo a tirar fuori i suoi istinti innati.
In seguito nessuno seppe spiegare esattamente che cos'era accaduto. L'uomo non aveva invitato nessuno a ballare, eppure una ragazza si era staccata improvvisamente dal cerchio muovendoglisi incontro; con la passività di un pianeta, era scivolata sotto l'influsso della sua forza attrattiva e aveva cominciato a girare in tondo nella sua orbita fino a cadere nell'oblio. Avanti il prossimo.
In chi un giorno ha amato invano, l'amore non muore mai. Può rattrappirsi e deformarsi, allo stesso modo in cui due gambe possono rattrappirsi e perdere la loro lunghezza naturale. Può cambiare aspetto e aumentare o diminuire d'intensità. Ma chi ha amato al di sotto della propria dignità, mortificherà sempre i propri moti di tenerezza. E chi un giorno si è bruciato valutando un gioiello falso, guarderà eternamente con diffidenza tutto ciò che è genuino e buono.

domenica 27 novembre 2011

L'anno della lepre

sfide: del nord e del freddo
Titolo originale: Jäniksen vuosi
Autore: Arto Paasilinna
Anno di pubblicazione: 1994
Editore: Iperborea
Pagine: 199

Iniziato il: 22 novembre 2011
Terminato il: 24 novembre 2011
Valutazione:★★★★

Sull'automobile viaggiavano due uomini depressi. Il sole al tramonto, battendo sul parabrezza polveroso, infastidiva i loro occhi. Era l'estate di San Giovanni. Lungo la strada sterrata il paesaggio finlandese scorreva sotto il loro sguardo stanco, ma nessuno dei due prestava la minima attenzione alla bellezza della sera.
(incipit)

Trama
Giornalista quarantenne a Helsinki, Vatanen ha raggiunto quel momento dell’esistenza in cui di colpo ci si chiede quel “ma perché” che si è cercato sempre di reprimere, nascondendo a se stessi e agli altri che quel grigiore a cui si è arrivati a furia di rinunciare ai sogni, di accettare compromessi, di rassegnarsi al logoramento delle amicizie, del lavoro, degli amori, quel qualcosa in cui siamo rimasti impigliati e in cui non ci riconosciamo, è in realtà la nostra vita. Una sera, tornando in macchina da un servizio fuori città con un amico fotografo, investe una lepre, che fugge ferita nella campagna. Vatanen scende dall’automobile, la trova, la cura e, sordo ai richiami dell’amico, sparisce con lei nei boschi intorno. Da quel momento inizia il racconto delle svariate, stravaganti, spesso esilaranti peripezie di Vatanen, trasformato in un vagabondo che parte all’avventura, on the road, un wanderer senza fretta e senza meta attraverso la società e la natura, in mezzo alle selvagge foreste del Nord e alle imprevedibili reti della burocrazia, sempre accompagnato dalla sua lepre come irrinunciabile talismano. E la sua divertente e paradossale fuga dal passato diventa un viaggio iniziatico verso la libertà, la scoperta che la vita può essere reinventata ogni momento e che, se la felicità è per natura anarchica e sovversiva, si può anche provare ad avere il coraggio di inseguirla. Un libro-culto nei paesi nordici che ha creato un genere nuovo: il romanzo umoristico-ecologico. (dal retro di copertina)

Commento
Chi non ha mai sognato, almeno una volta nella vita, di avere il coraggio di mollare tutto e sparire? Lasciare il lavoro, la routine noiosa e tutte quelle consuetudini che ci stufano e ci stressano per vivere davvero "alla giornata", senza più pensare al futuro. Vatanen riesce a fare tutto questo e, accompagnato solo dalla sua fedele lepre, inizia un vagabondaggio per tutta la Finlandia alla perenne ricerca della tranquillità. La sopravvivenza non rappresenta un problema: per Vatanen non è difficile trovare impieghi temporanei come taglialegna, vaccaro o manovale che gli permettano di riuscire a mantenersi e soprattutto a conservare la propria libertà. Il problema fondamentale è che in ogni luogo in cui si reca non riesce mai davvero ad evitare che l'invadenza della società rovini tutto, ed è quindi sempre costretto a ripartire. Che sia per colpa di un incendio, dell'alcool, di un morto in un fienile o di un matto che cerca di rubargli la lepre, la conclusione è sempre la stessa: Vatanen prende la sua lepre e se ne va alla ricerca di un nuovo luogo dove vivere la propria libertà.
Il racconto è reso straordinario dalla meravigliosa ironia di Paasilinna, che non esita a gettare una luce divertente, ma contemporaneamente riflessiva, su tutte le situazioni in cui si trova il protagonista, e dalla spettacolare natura finlandese, che non fa solo da cornice al romanzo ma ne è sempre al centro.

A mano a mano che leggo romanzi di Paasilinna mi convinco sempre di più che, pur avendo una parvenza di "autore facile", in quanto il suo stile è scorrevole e le sue storie sembrano leggere, non sia in realtà un autore per tutti; credo che sia uno di quegli scrittori con i quali o si condivide un certo modo di vedere il mondo, o non si andrà mai del tutto d'accordo e che lasceranno sempre a fine lettura un senso di insoddisfazione, un "perchè?" al quale non si riesce a dare una risposta completamente soddisfacente. Per questo non mi sentirei mai di consigliarlo: ce lo si deve trovare tra le mani e sono alla fine si può capire se lo si apprezza oppure no. Io, senza dubbio, lo adoro.
Il giornalista, lepre in braccio, sedeva sul ciglio del fosso. Sembrava una vecchia donna assorta nei suoi pensieri, con il lavoro a maglia abbandonato in grembo. Il rumore dell'auto era svanito. Il sole tramontava.
Al mattino, il levar del sole rivelò un convoglio interamente coperto di nero fango. Una mucca infangata, un uomo infangato, un vitello infangato e una lepre infangata si erano svegliati: la mucca scodellava sterco, il vitello poppava, Vatanen di fumò una sigaretta.

venerdì 25 novembre 2011

Il castello dei Pirenei

sfide: bersaglio, nord e del freddo, incrociata

Titolo originale: Slottet i Pyreneene
Autore: Jostein Gaarder
Anno di pubblicazione: 2010
Editore: TEA
Pagine: 242

Iniziato il: 17 novembre 2011
Terminato il: 21 novembre 2011
Valutazione:★★★★
Era il 18 gennaio 1990. Un vento fresco, a tratti forte, soffiava da sud, portando con sè nubi cariche di pioggia.
Il viale della stazione di Limhamn era deserto, a parte qualche isolata automobile i cui fari si riflettevano nelle vetrine o sull'asfalto bagnato.
(incipit)

Trama
Il caso, una coincidenza, il destino, la telepatia: difficile spiegare l'incontro fra un uomo e una donna che si rivedono, dopo trent'anni, nello stesso albergo affacciato sul fiordo dove si erano detti addio. Sempre che dare una spiegazione abbia un senso. Solrun e Steinn sono entrambi cinquantenni. Nonostante il passare degli anni e il fatto che oggi siano entrambi sposati e con figli, non hanno mai smesso di pensare l'uno all'altra. Dopo la sorpresa dell'incontro, danno vita a un fitto scambio di e-mail nel quale si raccontano, ripercorrendo l'episodio, inspiegabilmente velato di mistero, che aveva messo la parola fine al loro amore. Per ritrovarsi, come spesso accade, a scrivere due storie diverse della stessa passione condivisa. Chissà però se le due versioni sono davvero così differenti. Nel dialogo a distanza prendono corpo due visioni della vita inconciliabili: lui è un professore di Fisica, ateo e materialista, lei è un'umanista convinta che a governare i nostri destini siano forze superiori. Forse solo il finale del romanzo saprà dare finalmente un senso agli eventi. (dal retro di copertina)

Commento:
Fino alla fine del primo capitolo, devo dire la verità, mi sembrava un libro un po' insulso, fine a sè stesso. Proseguendo però nella lettura sono rimasta come sempre invischiata nei ragionamenti di Gaarder e dal fascino di argomenti sui quali mi pongo domande ogni giorno, da quando sono diventata abbastanza grande per avere un'autocoscienza: Chi sono? Perchè sono qui? Da dove vengono questo mondo e questa realtà che mi circonda? E oltre? Oltre al nostro pianeta e alla nostra galassia c'è vita o siamo soli nell'universo? Cosa accade dopo la morte? Esiste un dio creatore del mondo? Oppure tutto è frutto del caso?

Ovviamente non risponderò qui a queste domande, prima di tutto perchè le risposte non le conosco nemmeno io, secondo perchè sono pensieri talmente privati e profondi che sono abituata a parlare sono con me stessa o con poche persone. In ogni caso per me Gaarder è irresistibile, uno stimolo continuo. La forma epistolare è effettivamente perfetta per fare di questo libro un romanzo e non un saggio e contemporaneamente per presentare due punti di vista contrastanti sulla vita e il suo significato.
Io ti chiedo: che cos'è il mondo, Steinn? Cos'è una persona? E cos'è questa avventura stellare in cui galleggiamo come perle magiche di coscienza, di psiche, di ragione e di spirito?
La nostalgia tra due persone nello stesso letto a volte sa essere più doloresa e intensa di una nostalgia che attraversa i continenti.
Però il gran mistero di cui facciamo parte non ha necessariamente solo un aspetto corporeo o materiale. Forse siamo anche spiriti immortali. Forse è questo il nucleo recondito della nostra personalità. Tutto il resto, le stelle e i labirintodonti , in confronto sono solo orpelli superficiali. Il sole non ha più conoscenza di un rospo, o una galassia più di un pidocchio. Sanno solo consumare il loro tempo.